In Messico cresce il numero delle vittime (302) e monta la rabbia dei sopravvissuti

Il ministro dell'Interno, in visita ad una zona colpita dal sisma, accolto da insulti e lancio di bottigliette di plastica.

Terremoto in Messico, catena umana di volontari

Terremoto in Messico, catena umana di volontari

Diego Minuti 22 settembre 2017

Mentre il numero ufficiale delle vittime del terremoto viene aggiornato (ora è di 302, 142 dei quali nella capitale), il Messico si trova diviso dal sentimento di ammirazione per quanto stanno facendo i volontari e la percezione che lo Stato, davanti all'enormità della catastrofe, non si è mosso con la necessaria tempestività e determinazione.
La mobilitazione dei messicani è evidente anche in queste ore, dove le catene umane dei volontari, che contribuiscono in modo decisivo allo smantellamento delle pile di macerie portate via a braccia, sono lunghissime. La nostra, dice Cesar Santibañes, commerciante di 42 anni, è una corsa contro il tempo. Ma le speranze di trovare ancora qualcuno vivo si stanno spegnendo, anche se questo non attenua l'impegno dei volontari che raggiungono con tutti i mezzi possibili i luoghi del disastro dove la loro presenza è vitale.
E sono loro che cercano di dominare i giganteschi ingorghi che si creano certamente per la drammaticità della situazione, ma anche perché chi dovrebbe farlo semplicemente non c'è. Il bilancio dei danni del terremoto si fa definendo meglio con il passare dei giorni. Gli immobili crollati sono 38, mentre altri duemila sarebbero seriamente danneggiati, secondo i dati forniti dalle autorità comunali.
La macchina dei soccorsi non cammina spedita come dovrebbe ed anche in questo caso è cruciale l'opera dei volontari che hanno organizzato dei centri di raccolta di aiuti, dove distribuiscono a chi ne è privo cibo e medicinali, portati da chi ha avuto la fortuna di non essere stato toccato direttamente dal terremoto. Sono i volontari, poi, ad assistere quelli che hanno trovato ospitalità nei rifugi. E c'è chi è alla sua seconda spaventosa esperienza, come Susana Paez, 58 anni, che dice, quasi parlando a nome dei volontari , ''rispondiamo con lo stesso slancio davanti ad un incubo come se avessimo un deja vu, giorno per giorno, di quanto accade 32 anni fa''.
Il 19 settembre del 1985 un terremoto fece, in tutto il Paese, oltre diecimila morti. Le parole della volontaria, condivise da molti di quelli che le stanno intorno e che annuiscono convinti, suonano come un duro atto d'accusa contro le autorità che, dice, ''non coordinano la consegna di cibo laddove è necessario. Gli abitanti del quartiere lacustre di Xochimilco non hanno acqua e cibo. Il governo non è all'altezza di questa sciagura''.
Ed il clima che si è creato è confermato dalla bordata di fischi, insulti e lancio di bottigliette di plastica che ha accolto, al suo arrivo nel centro storico della capitale, il ministro dell'Interno, Miguel Angel Osorio Chong. Ad accrescere la rabbia di quelli che hanno avuto amici o congiunti coinvolti nei crolli c'è la mancanza di informazioni.''Non ho alcuna notizia di mio fratello - dice Roberto Sanchez, davanti ad un palazzo crollato del quartiere di Roma -. Lavorava qui, prima del terremoto. Le autorità si rifiutano di aiutarmi''. Il nome del fratello non figura in alcun elenco - rdatto con encomiabile impegno dai volontri  - e questo per Roberto, ma non soltanto per lui, è incomprensibile.