Marilyn, John e Bob: quel triangolo scandaloso nelle carte segrete degli 007

Si sapeva, ma ora è nelle carte dell'Fbi. Lei amava "mister President", lui la 'passò' come un pacco al fratello Robert perché era diventata troppo ingombrante. E in mezzo una serie di lutti e segreti

Una storia di potere e morte

Una storia di potere e morte

Enzo Verrengia 27 ottobre 2017

C'è un titolo da ricordare. E' La strana morte di Marilyn Monroe, di Frank Capell. Sulla pubblicazione di questo libro, che risale al 1964, si appuntano alcune delle carte desecretate da Trump sul caso Kennedy. L’autore, responsabile di Herald of Freedom, un periodico di forte impostazione anticomunista, interessa parecchio l’Fbi e gli apparati di sicurezza degli Stati Uniti, che ne esaminano le idee e le ipotesi sulla scomparsa dell’attrice. Secondo Capell, si sarebbe trattato di una cospirazione che vedeva convergere gli interessi dei sovietici e la necessità di coprire la relazione della Monroe con Bob Kennedy, il kid brother, fratello minore di John Fitzgerald e da questi voluto nella carica di General Attorney, Ministro della Giustizia.
C’è un legame con l’omicidio di Dallas? Di certo, non si può ignorare che dell’affaire si trovi materiale così abbondante tra i files venuti allo scoperto.
«Happy birthday to you, Happy birthday Mr. President…» cantava Marilyn Monroe il 29 maggio 1962 al Madison Square Garden di New York, per festeggiare il quarantacinquesimo compleanno di John Fitzgerald Kennedy. Un evento immortalato su pellicola e disco che ricorda moltissimo la famosa sequenza del brano I Wanna Be Loved by You, interpretato dalla stessa attrice tre anni prima, nel film A qualcuno piace caldo, di Billy Wilder. Anche al Madison, un riflettore la inquadrava a mezzo busto, avvolta in un abito color champagne, con gran risalto della sua indimenticabile figura. Che in questo caso però si stacca dal glamour del mito hollywoodiano, per intrecciarsi con la storia occulta della Guerra Fredda e delle molte, troppe congiure che essa alimentò. In una di queste potrebbe celarsi la verità sulla tragica morte della stessa Monroe, di lì a qualche mese, nella notte fra il 4 e il 5 agosto 1962.

Il presunto omicidio, mascherato da suicidio, di Marilyn Monroe è stato il tragico effetto secondario di qualcosa di complesso che avrebbe potuto includere le attività della Cia, la crisi cubana e la lotta alla criminalità organizzata da Generale Bob Kennedy?
Tutta  la carriera di Marilyn Monroe, si è consumata nella fase più acuta della Guerra Fredda, che spesso aveva fatto sentire il suo glaciale respiro anche nelle vicissitudini personali della diva. Nel 1954, la si ritrova a Seul, per intrattenere i Marines che combattevano in Corea. Ovvero nel primo di quei conflitti in tempo di pace che vedevano gli Stati Uniti reagire militarmente all’avanzata del comunismo in Asia e nei Paesi del Terzo Mondo. Questa pratica sarà poi teorizzata e sviluppata compiutamente proprio dai fratelli Kennedy con la famosa “dottrina della controinsurrezione”. Essa consisteva nell’evitare la guerra nucleare con una contrapposizione capillare a ogni tentativo di espansione sovietica attraverso le cosiddette guerre di liberazione nazionale. Portata all’estremo, la dottrina spinse l’America a impegnarsi disastrosamente nel Vietnam.
Marilyn Monroe ignorava questo disegno di politica internazionale, ma di fronte all’entusiasmo che le manifestarono i Marines dichiarò: «È stato forse l’unico momento della mia vita in cui mi è parso di essere realmente utile a qualcuno.» L’ennesima manifestazione del bisogno di affetto di una personalità tormentata, ma anche patriottismo rimarcato, tipico del clima di quegli anni.
Un altro importante effetto della Guerra Fredda nella sua vita privata, venne dal matrimonio con il drammaturgo Arthur Miller. L’autore di Morte di un commesso viaggiatore era comparso davanti al famigerato HUAC (House Committee on Un-American Activities, commissione d’inchiesta sulle attività anti-americane) del senatore McCarthy, responsabile della compilazione di vere e proprie “liste nere” che tolsero il lavoro a migliaia di persone sospettate di simpatie comuniste. Miller, al contrario di qualche altro, non tradì nessuno. E mentre tutto questo accadeva, la Monroe inseguiva il suo sogno di successo, passando da un uomo all’altro.
Fatale, sul percorso che doveva condurre alla sua fine, fu l’amicizia con Frank Sinatra. I ben noti addentellati di The Voice con il mondo italo-americano, dovevano giocare un ruolo essenziale per l’elezione di Kennedy alla Casa Bianca. Da qualche parte si sostenne che, al voto della numerosa comunità etnica trapiantata negli Stati Uniti, si sarebbe aggiunto quello del sindacato e della mafia. Due organizzazioni, le combattute con accanimento da Bob Kennedy. Il quale era già stato negli anni ‘50 l’arcinemico del boss sindacale Jimmy Hoffa. Nomi e connessioni che dovevano tornare nella ridda di ipotesi sulla scomparsa di Marilyn Monroe. In ogni caso, Sinatra favorì non poco l’idillio fra la diva e il Presidente.
Ma l’attrice fu presentata a John F. Kennedy quando questi era ancora senatore dall’attore inglese Peter Lawford, marito di Patricia Kennedy, un’altra sorella del futuro Presidente, l’uomo che ha portato con sé nella tomba tanti segreti del clan. Non a caso forse fu lui che la Monroe chiamò per ultimo, alle otto della sera di quel fatale 4 agosto ‘62. Il contenuto di questa telefonata resta ignoto.
Quando dunque si svolse la festa di compleanno al Madison, l’attrice conosceva il Presidente da ben due anni. Al punto di potersi permettere severi giudizi sul temperamento troppo freddo e calcolatore della First Lady, Jacqueline Bouvier. «Quel pezzo di ghiaccio», la definì, convinta che avesse sposato Kennedy solo per una felice intuizione sul futuro brillante dell’uomo. Quel giorno Jacqueline non c’era, avendo preferito recarsi a una raffinata mostra equina in Virginia, più consona al suo pedigree aristocratico. Dopo il numero della Monroe, Kennedy si appartò a un tavolo con lei e disse: «Ora posso dare le dimissioni da Presidente e darmi alla bella vita.»
Una frase di circostanza, naturalmente. Tanto che avendo deciso molto presto di scaricarla, mandò il fratello Bob a svolgere il compito che pareva destinatogli per l’intera durata dell’amministrazione, quello di “scacciaguai”. Un sorta di tappabuchi presidenziale, capace di rimediare ai misfatti del fratello, sia nell’intricato labirinto di Washington e della scena internazionale che più prosaicamente nell’alcova sempre affollata di John.
Purtroppo, in questo caso il “messaggero d’amore” si ritrovò oggetto d’amore. Per Marilyn, avendo fallito come signora Dougherty, Di Maggio e Miller, restava pur sempre un’altra possibilità di diventare la signora Kennedy. Più precisamente, la signora Bob Kennedy, ricordando che negli Stati Uniti, la moglie prende anche il nome oltre al cognome del marito. Un progetto accarezzato, pare, anche con l’affettuosa complicità di Peter Lawford e Patricia Kennedy, che sostenevano con la Monroe la quasi certezza di un suo matrimonio con Bob.
Nell’estate del 1962 non furono poche le volte che davanti al n. 5 di Helena Drive, nel quartiere di Brentwood a Los Angeles, si videro stazionare gli uomini della scorta di Robert Kennedy. Per quest’ultimo, non era neppure la prima volta che raccoglieva gli avanzi del fratello. Aveva sempre vissuto nella sua ombra, aveva sempre dovuto lottare agli occhi del padre per dimostrare che anche lui aveva un peso nella vita.
E così facendo, era anche divenuto il depositario di alcuni torbidi segreti della Guerra Fredda. Come il piano d’invasione cubana, attuato senza successo con lo sbarco della Baia dei Porci nel ‘61. O più ancora, il progetto di omicidio di Castro, compresa l’identità di “Amlash”, nome in codice di un alto ufficiale dell’Avana disposto a eliminare il dittatore per conto della CIA.
Cosa sarebbe successo se, durante la sua relazione con la Monroe, Bob Kennedy si fosse lasciato sfuggire indiscrezioni di quel calibro?
A casa di Bernard Spindel, esperto di intercettazioni, vennero trovate alcune bobine di registrazioni riguardanti l’attrice. La sua villa sarebbe stata sottoposta a sorveglianza elettronica, in considerazione dell’alto livello di alcuni personaggi che la frequentavano.
Dal canto suo, la scena e le circostanze della sua fine non convinsero mai completamente. Perché, se era morta a mezzanotte, il dottor Ralph Greenson, psichiatra, e Eunice Murray, un’infermiera diplomata che lavorava da poco per la Monroe, chiamarono la polizia solo alle 4 del mattino? Che ci faceva uno psichiatra e non un medico generico a casa dell’attrice? Era solo una coincidenza che un figlio della Murray fosse agente della CIA? Si tenga conto che è prassi consolidata per l’Agenzia ricorrere alla collaborazione fra parenti in operazioni speciali, perché la cosa garantirebbe un margine maggiore di sicurezza. Perché Bob Kennedy convocò Pat Newcomb, l’assistente della Monroe, nella tenuta di famiglia di Hyannis Port e quindi l’assunse al Dipartimento della Giustizia inviandole biglietti galanti firmati “Charlie Pleasant”?
Sotto il profilo necroscopico poi, le incongruenze erano incredibili. Causa ufficiale della morte di Marilyn Monroe furono il Nembutal e l’idrato di cloralio. Ma il dottor Thomas Noguchi non trovò tracce di queste sostanze nell’apparato digerente della donna. Ultimamente è spuntata l’ipotesi di una supposta velenosa. Il che non sarebbe in contrasto con l’inspiegabile scomparsa degli organi intestinali dal cadavere.
Quali, infine, gli esecutori e i mandanti.
Le ipotesi fin qui emerse sono tre. La prima è quella di una responsabilità diretta dei Kennedy. Dopo che anche Bob l’ha scaricata, si vogliono evitare le minacciate dichiarazioni pubbliche della Monroe sui suoi legami preferenziali con la Casa Bianca. La seconda vede in azione la Cia, che attraverso le intercettazioni ha scoperto che l’attrice sa di troppe “sporche faccende” dalle sue conversazioni con Bob. La terza, più elaborata, riporta in ballo Jimmy Hoffa e la mafia. Per incastrare il Procuratore Generale e convincerlo a desistere dalla sua lotta alla criminalità organizzata, lo si sarebbe attirato a casa di Marilyn Monroe. La donna sarebbe stata debitamente imbottita di barbiturici per inscenarne un tentativo di suicidio e filmare la scena con la presenza di uno sconvolto Bob Kennedy. Secondo questa tesi, il Procuratore Generale non si presentò, fiutando la trappola.
Con la pubblicazione delle carte secretate, la morte della Monroe viene collegata all’assassinio di Kennedy. E, per una delle altre inquietanti coincidenze che Jung definì sincronicità, la Monroe assistette in Tv all’insediamento del Presidente Kennedy mentre lei si trovava all’aeroporto di Dallas.