Il capo marocchino dell'anti-terrorismo: "La minaccia jihadista per l’Europa arriva dal Sahel”"

Il direttore del Bureau central des investigations judiciaires: un diverso stile di vita non significa radicalismo islamico. Nessuno degli oltre 150 espulsi è da noi ritenuto pericoloso

Abdelhak Khiame

Abdelhak Khiame

globalist 19 settembre 2017

Il Sahel, nella lotta al terrorismo islamico, rappresenta un grande pericolo anche per l’Europa se non si si interverrà per spegnere i focolai del radicalismo islamico armato che si manifestano in molte zone. A dirlo è Abdelhak Khiame, il direttore del Bureau central des investigations judiciaires, la struttura investigativa che il Marocco ha reso operativa oltre due anni fa per coordinare ed omogeneizzare le indagini sul terrorismo, sino ad allora di competenza della polizia locale, quindi senza il necessario collegamento.
Il Sahel si estende dal Sudan all'oceano atlantico ed è sempre stata una regione in cui le tensioni, anche religiose, sono esplose con violenza ed in essa hanno attecchito delle ideologie estremiste.
Il bilancio dell'attività del Bureau, dalla sua istituzione ad oggi, parla chiaro: 350 operazioni anti-terrorismo; 47 le cellule jihadiste smantellate (con 698 persone arrestate), e 42 di esse ritenute in qualche modo legate allo Stato islamico. Le altre graviterebbero nella galassia salafita, che interessa non solo il Marocco, ma anche altri Paesi del Nord Africa, come la Tunisia e la stessa Algeria.
L'irruzione del califfato nella scena ha portato dei mutamenti in seno al radicalismo islamico che ora si manifesta con virulenza in zone prima non coinvolte. Ed all'orizzonte si comincia a manifestare il pericolo dei foreingh fighters marocchini. Ne sono stati censiti 1.664, inquadrati nelle milizie combattenti in Iraq e Siria.