Contrastare gli imam jihadisti? Si dovrebbe usare il metodo del Marocco

Il Regno si è attribuito la formazione religiosa e interpretativa dei testi sacri. Tagliando così sul nascere predicatori estremisti

Re Mohamed VI del Marocco

Re Mohamed VI del Marocco

Diego Minuti 29 agosto 2017

Per assurdo che possa apparire, è solo in occidente che un pinco pallino qualsiasi, che conosce appena le sacre scritture dell'islam, può arrogarsi il diritto di chiamarsi imam e, quindi, di cominciare a raccontare la religione a seconda della sua visione. Una opportunità che, come hanno insegnato le vicende della Catalogna, ma anche altre che l'hanno precedute, può essere foriera di eventi perniciosi soprattutto quando l'autoproclamatosi imam sente forte in sé l'influenza di predicatori sunniti ispirati dalle correnti più radicali.
Le moschee sono diventate in nord Africa dei potenziali bubboni eversivi, come è accaduto, ad esempio, in Tunisia dopo la sconfitta della dittatura di Ben Ali, strenuo difensore della laicità della repubblica e del controllo dello Stato sulle strutture religiose (la nomina degli imam spetta al ministero degli Affari religiosi). Dopo la caduta del dittatore, quando lo Stato piombò in un totale caos organizzativo facendo mancare la sua facoltà di indirizzo, molte importanti moschee anche nella stessa capitale furono conquistate da predicatori salafiti che scacciarono i titolari, espressione invece di un islam dialogante.
Il processo di espulsione dei predicatori estremisti dalle moschee tunisine è stato lungo, complesso e difficile anche perché il governo ha dovuto combattere una guerra impari contro predicatori sunniti foraggiati economicamente dalle monarchie del golfo e portatori di un islam intollerante e che flirtava con le frange più radicali.
Ma, come abbiamo imparato anche noi italiani, basta un garage, uno scantinato, un cortile ed ecco che un gruppo di musulmani dicono di avere una moschea dove le prediche, i sermoni vengono affidati a chi dei fedeli dice di avere più di altri le opportune basi religiose.
E' questa la storia che ci hanno raccontato le vicende spagnole, dove Abdelbaki es Satty, il cosidetto imam di Ripoll, ha inquinato il pensiero e fatto diventare neri i cuori di un pugno di ragazzi, indottrinandoli al punto da farne dei messaggeri di morte contro innocenti inermi, capaci di progettare un attentato che doveva distruggere la Sagrada Familia, l'incompiuta cattedrale di Barcellona, uscita dalla mente visionaria di Gaudì. Quella degli imam estremisti e per nulla preparati da un punto di vista teologico sta diventando una piaga di cui l'Occidente ormai quotidianamente paga dazio in termini di fiorire di cellule estremiste islamiche.
Di rimedi ne sono stati ipotizzati parecchi, a cominciare dall'aumento dei controlli da parte delle forze di sicurezza, una cosa che a Barcellona è mancata clamorosamente, anche in termini di scambio di informazioni tra polizia nazionale e quella autonoma catalana. Ora, dal Marocco, giunge una proposta che può anche apparire un azzardo o una provocazione, ma che parte dal presupposto che proprio il Regno – sotto la guida di Mohammed VI – ha impresso una stretta nei confronti degli imam, nel senso che si è attribuita la loro formazione religiosa e, soprattutto, interpretativa dei testi sacri, tagliando sul nascere la possibilità che predicatori estremisti si impossessino del controllo delle mosche più importanti. Intendiamoci: la formazione degli imam non c'entra nulla con le cellule jihadiste che operano in Marocco al di fuori delle moschee ufficiali e, quindi, con la possibilità che le loro azioni eversive siano eteroguidate da altri estremisti.
La proposta è stata formulata da Abselam Hamadi, esponente di primo piano della comunità islamica al Bujari di Ceuta e della Federazione islamica al Andalus (come gli arabi chiamavano la Spagna ai tempi della loro dominazione).
Dopo avere premesso che il Marocco è ''il solo Paese che garantisce un insegnamento islamico compatibile con la democrazia'', Hamadi ha invitato i ministri dell'Interno e della Giustizia spagnoli a ''negoziare'' con il Regno sia il controllo delle preghiere (i sermoni che hanno spesso implicazione politiche e sociali, terreno sfruttato dai predicatori salafiti per la loro opera di malefico apostolato) che della formazione degli imam. Questo, ha detto Hamadi (parlando nelle scorse ore in occasione di una commemorazione delle vittime di Barcellona e Cambrils), servirà anche a contrastare ''l'influenza'' dell'Arabia Saudita nella pratica dell'islam in Spagna.
Cercando di decrittare le parole di Abdelam Hamadi, la Spagna ha oggi due grossi problemi: la presenza sul suo territorio di moschee in mano a predicatori estremisti e il tentativo dell'Arabia Saudita di imporre, grazie a imam che hanno abbracciato la corrente wahabita, una visione a dir poco rigorosa dell'islam.
Probabilmente la proposta del religioso avrà bisogno di molto tempo per essere metabolizzata a Madrid, e non è detto che essa possa avere una risposta positiva perché, in questo caso, la Spagna dovrebbe ammettere di non avere esercitato quel controllo che l'evoluzione dell'islam in senso radicale imporrebbe. Ma potrebbe trattarsi di un primo passo, magari da perfezionare chiedendo al Marocco di attivare dei canali di formazione degli imam spagnoli con i criteri che usa per i suoi. Un processo comunque lungo e non è detto che l'attesa non venga usata dagli estremisti musulmani per creare altre cellule terroristiche