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Critiche laiche

Le scorrettezze (culturali) del linguaggio

I limiti del vocabolario androcentrico secondo Sergio Lepri, già direttore dell'Ansa e docente di linguaggio dell'informazione alla Luiss di Roma. [GiULiA]

Sergio Lepri
martedì 6 agosto 2013 11:02

Un principio androcentrico ha regolato per secoli ogni lingua e per secoli l'uomo è stato il parametro intorno a cui si è organizzato l'universo linguistico. Soltanto in tempi recenti si è cominciato, nei paesi più evoluti, a porre il problema di un adeguamento del lessico e del linguaggio della comunicazione alla posizione della donna nella società. È un problema di mentalità e di cultura. Da sempre nelle scritture giornalistiche e anche scolastiche e di studio si sono usate senza incertezze espressioni come "Gli uomini della preistoria", "La storia dell'uomo", "L'uomo è misura di tutte le cose". Nel 1948 perfino l'Assemblea generale delle Nazioni Unite proclamò una "dichiarazione dei diritti dell'uomo". Nel termine "uomo" veniva compreso l'essere umano donna, senza rendersi conto di una illogicità e di una scorrettezza politica che oggi è per fortuna divenuta evidente.

Fino a metà del secolo scorso Stati e Chiese hanno riservato alla donna il compito esclusivo di essere sposa e madre. Le professioni più qualificate le erano escluse e questo spiega perché le posizioni che erano riservate all'uomo hanno creato termini solamente di genere maschile (come "dottore", "medico", "chirurgo", "giudice", "sindaco", "assessore"). Con l'ingresso della donna in alcune professioni certe potenzialità grammaticali hanno aiutato, nel passato, la soluzione del problema: col suffisso "essa" ("professoressa", "dottoressa"), col facile femminile della parola che è un participio passato (come "deputata") o delle parole col finale "era" ("infermiera", "consigliera", "bersagliera"). Mai si è avuta la forza di creare parole nuove. Perché non farlo oggi, oltre ad adottare soluzioni antiche?

Insieme al conservatorismo di molti che operano nell'informazione scritta e parlata, oggi la soluzione è resa tuttavia difficile da alcune donne di carriera e di potere che preferiscono la qualifica al maschile, come se la legittima parità rispetto all'uomo dovesse essere ratificata dalla parallela conquista del suo titolo al maschile.

Susanna Agnelli voleva essere chiamata (quando lo era) senatore (ma l'Ansa la chiamava "senatrice", anche per non fare confusione col suo nonno senatore). Nel primo anno di presidenza della Camera Nilde Jotti si diceva "il presidente" (ma accettò poi l'uso dell'Ansa, che la chiamava "la presidente"). All'articolo maschile ("il presidente") tornò Irene Pivetti (e l'Ansa non fece niente per convincerla; era cambiato il suo direttore). Nel giornalismo molte direttrici di quotidiano si mostrano fiere di essere chiamate "direttore" e anche molte inviate di essere chiamate "inviato". Anche Susanna Camusso si fa chiamare "segretario generale", nonostante che per anni abbia combattuto il maschilismo di certi operai.

La convinzione che l'adozione al maschile di una qualifica professionale sia una conquista femminista è un errore che sorprende. Significa infatti l'opposto; significa ritenere che una collocazione professionale sia importante solo se qualificata al maschile; che essere "ministro" dà autorità e non lo dà essere "ministra". Un inconscio paradossale rigurgito di maschilismo da parte femminista. Altra sorpresa è che il problema sembra essere soltanto italiano. In francese si dice "la ministre", così come "la secrétaire générale", "la présidente", l'"envoyée extraordinaire", "la directrice", "la secrétaire générale", "la juge", "la conseillère". In tedesco la donna ministro è "Ministerin", cioè "ministra", come una donna cancelliere (Angela Merkel) è "Kanzlerin", cioè "cancelliera" (con l'iniziale maiuscola come per tutti i nomi comuni in tedesco).

In spagnolo la donna ministro è « ministra » e se presidente è una donna, al posto di "presidente" (che, come in italiano, è maschile e femminile) è stato inventato un termine nuovo, proprio per far capire il genere femminile: "presidenta"; e lo ha stabilito la Reale Accademia spagnola della lingua, fondata nel Settecento sul modello dell'italiana Accademia della Crusca. In inglese il problema non esiste : "the minister" è eguale per ministro e ministra ; come "mayor" (sindaco), "phisician" (medico), "chancellor" (cancelliere) e così via. Anche "journalist"; e se si deve far capire, per esempio, che "journalist" è una donna si dice "woman journalist" (donna giornalista) ; oppure si fa finta di niente e subito dopo si trova il modo di dire "she" (essa).

Il problema della qualifica femminile delle professioni in italiano ha soluzioni più facili e soluzioni meno facili. Nel caso di espressioni maschiliste storicamente accreditate si tratta di trovare parole diverse o un diverso gioco di parole. Qualche esempio: invece di "L'uomo è misura di tutte le cose" si dica "L'individuo..."; invece di "L'uomo della preistoria..." si dica "L'uomo e la donna della preistoria..."; invece di "La storia dell'uomo..." si dica "La storia dell'umanità..."; invece di "a misura d'uomo" si dica "a misura umana".

I casi che càpitano più spesso per le cariche e le professioni sono quelli dei nomi che hanno la stessa forma al maschile e al femminile; si tratta solo di cambiare l'articolo: "il presidente", "la presidente"; "il preside", "la preside"; "il parlamentare", "la parlamentare"; "il vigile", "la vigile".

Il problema è facilmente risolubile anche con i nomi che hanno una regolare forma femminile: "senatore" e "senatrice", "amministratore" e "amministratrice", "direttore" e "direttrice", "redattore" e "redattrice"; analogamente per "consigliere" e "consigliera" e, come in tutti i participi passati, per "deputato" e "deputata".

Più difficili sono i casi in cui il nome maschile non ha in uso corrente, fino ad oggi, la forma femminile: "architetta", "medica", "chirurga", "ingegnera" (ma esiste" "infermiera"), "sindaca" (ma esiste "monaca") e soprattutto "ministra". Si abbia un po' di coraggio e si scriva come suggeriscono i linguisti e anche l'Accademia della Crusca. Da escludere sono i femminili costruiti, inutilmente, con il suffisso -essa ("avvocatessa", "soldatessa", "vigilessa"), un suffisso che ha una vaga valenza negativa, salvo i casi già entrati da tempo nell'uso comune ("professoressa", "dottoressa", "poetessa", "studentessa", "sacerdotessa").

A favore di "architetta", "avvocata", "assessora", "cancelliera", "carabiniera", "consigliera", "ingegnera", "magistrata", "medica", "ministra", "notaia", "pretrice", "prefetta", "questrice", "sindaca" si espresse nel 1986 la "Commissione nazionale per la realizzazione della parità tra uomo e donna" istituita dal governo presieduto da Bettino Craxi. Il documento, pubblicato dalla Presidenza del Consiglio dei ministri, Direzione generale delle informazioni, dell'editoria e della proprietà letteraria, raccomandava anche di "evitare di usare il maschile di nomi di mestieri, professioni, cariche per segnalare posizioni di prestigio quando il femminile esiste ed è regolarmente usate sia pure per lavori gerarchicamente inferiori"; bene, quindi, per "amministratrice delegata", "direttrice", "sottosegretaria", "segretaria", "segretaria generale", "inviata speciale", "consigliera comunale", "ambasciatrice", "ispettrice" , "procuratrice legale".

Non ha senso l'uso di "soldatessa" al posto di "soldata". Il femminile di "soldato", che è il participio passato di "(as)soldare", è "soldata", come "deputata" è il femminile di "deputato". A chi trova imbarazzo a usare « ministra » per la donna che è a capo di un ministero giova ricordare che « ministra » è parola antica, che si trova in scrittori come Annibal Caro, Torquato Tasso, Vincenzo Monti, sia pure con significato diverso; e anche in Giosuè Carducci.

La diffusa convinzione che l'uso, per le donne in carriera o in posizioni istituzionali, della qualifica professionale al maschile sia un rispetto del cosiddetto "politically correct" ha portato, in campo giornalistico, a casi di grande comicità. C'è chi ha scritto "la signora ministro"; chi "la segretario" e chi "un'assessore", cioè con l'articolo seguito dall'apostrofo davanti a un «assessore» fatto diventare femminile. Divertente è anche la qualifica di "quarto uomo", che, nel recente campionato europeo femminile di calcio, è rimasta invariata anche se il compito era assegnato a una donna.

Un invito a un uso non sessista della lingua è stato fatto dall'Unesco in un documento pubblicato nel 1994, in applicazione dei deliberati della venticinquesima e ventiseiesima sessione della Conferenza generale. Il documento, in francese e in inglese, "vuole aiutare a prendere coscienza che certe forme di linguaggio possono essere sentite come discriminatorie per le donne, "perché tendono a nascondere la loro presenza o a farla apparire come eccezionale". Il documento propone delle soluzioni alternative; qualche esempio per l'inglese (proposte già largamente adottate negli Stati Uniti): "chairperson" o "president" invece di "chairman"; "photographer" o "camera operator" invece di "cameraman", "police officer" invece di "policeman".

Sergio Lepri



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Commenti
  • Metralo 07/08/2013 alle 16:25:24 rispondi
    Salve a tutti,

    Quelle mostrate nell'articolo sono nulla più che convenzioni linguistiche che, benché abbiano origine in un periodo storico decisamente diverso da quello attuale, non hanno intrinsecamente nulla di offensivo o discriminatorio.

    voglio dire, per fare uno dei tanti esempi, il termine "presidente", è considerato un termine maschile SOLO perché, quando fu coniato, un presidente poteva essere solo maschio; oggi (giustamente) anche una donna può esserlo, e allora? Cosa ci impedisce di considerare OGGI il termine "presidente" privo di genere? Cosa c'è di offensivo nel chiamarla presidente?
    D'altra parte nessun uomo (giustamente) si offenderebbe se gli si rivolge la parola chiamandolo "Signora guardia".

    Naturalmente lo stesso discorso lo si può fare anche con altri termini.

    Poi mi chiedo perché, ogni volta che esiste una convenzione (indipendentemente dal tipo e dall'origine della stessa), tra coloro che non l'accettano c'è sempre qualcuno con l'idea fissa che chi l'accetta si stia sottomettendo al volere di un altro;
    nell'articolo si dice:

    "alcune donne di carriera e di potere preferiscono la qualifica al maschile, come se la legittima parità rispetto all'uomo dovesse essere ratificata dalla parallela conquista del suo titolo al maschile."

    io penso invece che quando una donna arriva a una certa posizione, sapendo quanto bisogna faticare e impegnarsi per raggiungerla, dà alla qualifica raggiunta un'importanza che va al di la del genere maschile o femminile;
    non si stanno certo sottomettendo alla volontà di qualcuno (per arrivare a una carica di un certo peso di certo non si è dei tipi sottomessi), semplicemente per esse la questione del termine maschile/femminile è del tutto irrilevante.

    Infine penso che questioni come quella esplicitata dall'articolo, di voler a tutti i costi distinguere fin dal livello terminologico se la carica ottenuta appartiene a una donna o a un uomo, è di per se, un atto (involontariamente ma implicitamente) discriminatorio.

    Saluti.
  • Anonimo 08/08/2013 alle 08:31:14 rispondi
    interessante articolo, otre a tutte le giuste considerazioni sulla parità e la correttezza di genere, direi che va anche considerato il fatto che una corretta specificazione del genere, con vocaboli differenziati, oltre ad evitare ambiguità ed equivoci è anche un arricchimento della lingua
  • Panda 08/08/2013 alle 19:12:48 rispondi
    Ma che fondamentali questioni. Per quanto mi riguarda il cuore dell'articolo sta qui: "Soltanto in tempi recenti si è cominciato, nei paesi più evoluti [...]" ; "proposte già largamente adottate negli Stati Uniti". Ecco, appunto: negli Stati Uniti. Che vorrei sapere in base a quali parametri può essere considerato uno dei paesi più evoluti. Se prendiamo, per esempio, il gender pay gap, questo nel 2008 era assai più alto negli USA che in Italia (http://en.wikipedia.org/wiki/Gender_pay_gap) e dopo la crisi è ulteriormente aumentato (http://www.forbes.com/sites/meghancasserly/2013/02/14/gender-pay-gap-wider-2012-and-its-great-for-women/). Che certe cose "non si possano dire" ma una lavoratrice incinta possa essere lasciata a casa senza un ai né un bai mi ha sempre indotto a ritenere che la political correctness, se condivisibile in teoria, sia in pratica un formidabile strumento diversivo per spostare la questione del potere dal piano reale a quello puramente simbolico; che spunti con tanta insistenza anche da noi proprio nel mezzo di quella che si profila come la crisi economica più grave di tutta la storia italiana, di cui le donne stanno pagando un prezzo salatissimo, non è che è costituisca precisamente uno stimolo a cambiare idea.
  • topometallo 08/08/2013 alle 23:30:18 rispondi
    Panda, probabilmente hai ragione, non è una cosa fondamentale (ma non è nemmeno la notizia del figlio di Kate, se è per questo, è uno dei tanti argomenti affrontati in questa pagine, e secondo me a buon diritto) E comunque il fatto che Metralo lo critichi è una buona cartina di tornasole per pensare che merita una riflessione
  • Panda 09/08/2013 alle 13:26:51 rispondi
    @topometallo: qualcosa ti fa pensare che sull'argomento non abbia riflettutto? Inoltre vorrei fosse chiaro che non sto dicendo che è poco importante come oggetto di discussione, ma che è del tutto secondario in pratica per conseguire quegli obiettivi (la parità di genere) che esso stesso si propone; anzi, in questo momento direi che è pure diversivo. Con buona pace di Metralo e della sua "pensosa" logorrea.
  • Metralo 12/08/2013 alle 17:47:40 rispondi
    Eh già Sig. topometallo,

    se una cosa la dice Metralo, per lei, è già sbagliata a priori giusto?

    Mi immagino quindi con quale accuratezza abbia letto il mio intervento, vabbeh...

    Comunque mi trovo d'accordo col Sig. Panda, cosa le fa pensare che sull'argomento non abbia riflettutto?
    Inoltre, il problema terminologico è del tutto secondario rispetto alla questione maschio/femmina;
    anzi, una separazione in termini, servirebbe SOLO ad evidenziare e/o accrescere la separazione sociale dei sessi.

    Infine, come dicevo, esistono posizioni lavorative/sociali il cui termine è esplicitamente femminile (es. guardia, gentinella, guida) per le quali, nessun uomo che ricoprisse tale ruolo, si è mai sentito offeso o sminuito.

    Saluti.
  • topometallo 14/08/2013 alle 15:50:02 rispondi
    No, Metralo, non ho detto che una cosa detta da lei è sbagliata a priori. Nessuno è perfetto, anche a lei prima o poi potrebbe scappare qualcosa di condivisibile, nonostante il suo costante impegno.
    Ho detto che se lei critica qualcosa, quello è un buon segnale perché la cosa meriti una riflessione di più (che incidentalmente, Panda, non significa che io pensassi che "non avevi riflettuto")
    Una valutazione dettata dell'esperienza dopo aver letto da tempo i sui commenti su queste pagine
  • Anonimo 26/08/2013 alle 17:43:47 rispondi
    Curioso, Metralo, che si sfianchi tanto a sottolineare la differenza tra etero e gay; poi però se si vuole sottolineare che "il presidente vattelapesca" è femmina e non maschio le differenze possono pure andare a donne di malaffare e tutto può confondersi bellamente in un indistinto che appattisce al maschile (o al femminile, ma più raramente) di un dato termine. Curioso.
  • Anonimo 27/08/2013 alle 04:44:21 rispondi
    Salve Sig. Anonimo,

    credo che ci sia un fraintendimento...
    vero che esistono differenze tra gay ed etero, così come ne esistono tra donne e uomini.
    Ma il punto non è questo; i termini presi in considerazione nell'articolo, e simili, descrivono semplicemente dei ruoli (politici, professionali, ecc... ), i quali, se svolti correttamente, sono indipendenti dalla persona che li ricopre, che sia maschio o femmina (o gay o etero), per cui pretendere di differenziare un termine che descrive un ruolo in base al sesso della persona che lo ricopre, mi appare un enorme passo indietro sulla strada della parità dei sessi...
    non a caso, come riporta l'articolo, diverse donne di carriera e di potere preferiscono la qualifica al maschile, e non certo per sottomissione a un'usanza pregressa, come l'articolista vorrebbe far intendere...
    e sempre, non a caso, esistono ruoli il cui termine è espresso al femminile (per es. guardia, guida, sentinella), anche se è un uomo a svolgerlo, ma non si è mai offeso nessuno, né nessuno (nemmeno l'articolista, guarda che caso) si è posto il problema di costruirne uno maschile.

    Saluti.
  • Metralo 27/08/2013 alle 06:23:49 rispondi
    P.S. "Anonimo 27/08/2013 alle 04:44:21" ero io, scusate l'errore.
  • Anonimo 29/08/2013 alle 09:20:54 rispondi
    Guarda Metralo mi soffermo solo sul termine 'guardia' ma discorsi simili si possono fare sui termini da te citati ( guardia, guida, sentinella). Non so a te, ma a me se dici 'guardia' mi viene in mente quel dispreggiativo in uso delle borgate romane per indicare genericamente un rappresentante delle forze dell'ordine. Sarà un caso che è al femminile?
  • Metralo 29/08/2013 alle 12:42:06 rispondi
    Salve Sig. "Anonimo 29/08/2013 alle 09:20:54",

    per "guardia", intendevo nel senso più generale del termine (può intenderla come guardia giurata, guardia del corpo, ecc...), inoltre qualche decennio fa, era indice di buona educazione rivolgersi a un tutore della forza dell'ordine dicendo "signora guardia";

    anche gli altri, li intendevo nel senso più generale del termine.

    Saluti.
  • Sergio Camiz 30/08/2013 alle 07:37:29 rispondi
    Francamente non capisco "che c'azzecchi" il commento di Mereu.
    L'articolo è interessante, ma mi domando se questa sia veramente una priorità o, al contrario, un'ossessione del politicamente corretto, che alla fine diventa ridicolo.
    Se un cieco viene chiamato non vedente, deve comunque andar in giro col cane o con un bastone bianco. Poi se alla pari degli handicappati, ora diversamente abili, diventa un diversamente vedente, se gli si toglie il bastone o il cane poi va comunque a sbattere.
    Quindi non mi pare che parlare di umanità al posto di uomo sia una gran soluzione, se la conseguenza è che comunque si ammazzano più persone "diversamente maschili" che non uomini (tema questo del femminicidio che ha fatto furore quest'estate).
    Il rispetto verso uno o una senza gambe va al di là di chiamarlo/a diversamente ambulante.
    La lingua è una cosa viva, ma astratta, e non son sicuro che cambiandola per legge si risolva qualcosa di concreto.
  • Anonimo 02/09/2013 alle 12:44:25 rispondi
    Non capisco perché il suffisso -essa dovrebbe avere una "vaga valenza negativa", quando di fatto rappresenta la forma femminile grammaticalmente corretta di un sostantivo. Perché non dire lo stesso del suffisso -ice? Perché "vigilessa" dovrebbe avere una valenza negativa, e non "direttrice"? Che senso avrebbe sostituirli con "vigila" e "direttora"? D' accordo con l' esigenza di dare pari dignità alle forme femminili di determinati termini, ma non a costo di storpiare la lingua italiana!
  • Ilaria 02/09/2013 alle 15:03:12 rispondi
    Direi che assume una vaga valenza negativa perchè per molto tempo è stato usato con una valenza negativa :)
    Ad eccezione dei termini in cui è da lungo tempo entrato in uso (professoressa, presidentessa), un femminile costruito con -essa è spesso stato usato come termine dispregiativo, per indicare una donna che voleva assumersi un ruolo prettamente maschile.

    On a side note (e non rivolto all'anonimo a cui rispondo qua sopra), sarei quasi pronta a scommettere il mio prossimo stipendio che buona parte di quelli che dicono che "non importa, è solo una convenzione, perchè fare tutte queste storie" scenderebbero in piazza in armi se si proponesse di invertire la convenzione e chiamare tutti con titolo femminile, indipendentemente dal sesso :D
    La presidentessa del consiglio Enrico Letta suona piuttosto bene, non trovate? XD
  • Metralo 02/09/2013 alle 23:35:24 rispondi
    Salve Sig.ra "Ilaria",

    bella frase ad effetto "sarei quasi pronta a scommettere il mio prossimo stipendio che buona parte di quelli che dicono che "non importa, è solo una convenzione, perchè fare tutte queste storie" scenderebbero in piazza in armi se si proponesse di invertire la convenzione e chiamare tutti con titolo femminile"

    a parte che scendere in piazza per una cavolata del genere mi sembra un pò esagerato...
    c'è chi ritiene inutile sprecare tempo e soldi per aggiungere termini femminili a quelli maschili, termini che, tra l'altro, come diceva anche l'articolista, non sono richiesti nemmeno dalle donne direttamente interessate, ossia quelle donne che ricoprono tali ruoli;
    per lo stesso motivo, coerentemente, ritiene inutile lo stesso spreco per una sostituzione invece che un'aggiunta;

    mentre, come dicevo sopra, esistono diversi ruoli che hanno una denominazione femminile, anche se svolti da maschi, e nessuno si è lamentato, nemmeno chi ha scritto l'articolo;
    questa sì che è una grande dimostrazione di "coerenza" non trova?

    Saluti
  • Ilaria 04/09/2013 alle 12:45:04 rispondi
    Caro signor Metralo,
    sorvolo sulla parte iniziale: la ritengo sufficientemente intelligente da capire l'uso linguistico di un'iperbole, perciò ritengo che volesse fare una polemica fine a se' stessa e lascio correre.

    Purtroppo non ha colto il senso del paradosso: cioè il fatto che chiamare una donna con un titolo maschile "perchè così si fa" è considerata cosa normale mentre la maggior parte degli uomini considererebbero in qualche modo denigratorio essere identificati con un titolo femminile.

    Il che ci porta alla questione delle guardie, sentinelle ecc... si tratta di una falsa equivalenza. Proviamo a dirlo? La parola "ministro" ha un corrispondente femminile esistente e grammaticalmente corretto che, per qualche motivo, viene usato con riluttanza. La parola guardia NON ha, in italiano, un corrispondente maschile.
    Vogliamo inventarcelo per amore di parità? A me sta bene, ma mi sembra chiaro che non siamo nella stessa situazione.
    Per essere nella stessa situazione, dovrebbe trovarmi un titolo di cui esistano entrambi i generi ma che venga usato sempre al femminile. Io ho scavato nella mia mente, ma non ne ho trovato nessuno. In sostanza: uomo con titolo femminile solo quando non esistono alternative. Donna con titolo maschile: spesso, anche quando esiste la versione femminile.

    E venendo al succo del discorso: ci sarà pure chi lo ritiene inutile (incidentalmente: sprecare tempo e soldi? Non mi risulta di dover pagare una tassa ogni volta che dico "la ministra Cancellieri"); c'è pure chi lo ritiene utile. Perchè scartare a priori questa seconda opzione?
    Ora, io non voglio dire che l'uso di titoli maschili per le donne sia la fonte di tutti i problemi, ma ne è sicuramente un sintomo ed è sicuramente di rinforzo ad alcuni pregiudizi. Non facciamo finta che il linguaggio non abbia un peso.
    Non facciamo finta che quando sentiamo dire "l'amministratore delegato" non pensiamo automaticamente ad un uomo. O che non pensiamo automaticamente ad un uomo quando sentiamo parlare del "presidente".
    Parliamo dell'amministratrice delegata di una piccola società con cui ho contatti che, venendo presentata come "amministratore delegato" vede regolarmente i suoi ospiti presentarsi al suo segretario (no, non è una storia inventata).
    Parliamo di me che, quando sono andata a tenere una riunione con un nuovo potenziale cliente, sono stata presentata come "l'ingegnere X con l'assistente" e tutti sono andati a stringere la mano all'assistente, stagista poco più che 20enne.
    Sicuramente l'uso di un titolo maschile non è la CAUSA delle due situazioni imbarazzanti di cui sopra, ma forse iniziare ad utilizzare i titoli corretti, almeno quando esistenti, potrebbe aiutare a normalizzare il fatto che la posizione di autorità potrebbe essere (e spesso è) occupata da una donna.
    Sempre che non sia questo quello a cui si oppone...
  • Ilaria 04/09/2013 alle 15:51:40 rispondi
    ah, scusi, signor Metralo, giusto una domanda.... Perchè "Ilaria" tra virgolette?
    E' cosciente, vero, che utilizzare un nome (proprio o comune) mettendolo tra virgolette è un modo comune per indicare disprezzo, vero?
    Me lo spiega?
  • Metralo 04/09/2013 alle 21:09:24 rispondi
    Salve Sig.ra Ilaria,
    innanzitutto mi scuso per le virgolette, mi son sfuggite, in genere le uso per gli anonimi;

    forse è lei che non ha centrato il punto (o forse non sono stato abbastanza chiaro io).

    Lei dice "La parola "ministro" ha un corrispondente femminile esistente e grammaticalmente corretto"

    in realtà in origine il termine "ministra" non esisteva (tra l'altro dubito che nel dizionario sia contemplato anche adesso, ma potrei sbagliarmi), è stato introdotto in un secondo momento, forse per una comodità di linguaggio...
    e questo vale anche per gli altri per cui esiste già un'alternativa al femminile;
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    sullo spreco di "tempo è soldi" mi riferivo al fatto che si dovrebbero come minimo aggiornare tutti i dizionari... per non parlare di tutti i documenti ufficiali cartacei e non in cui compaiono i titoli maschili ricoperti da donne;
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    poi dice "c'è pure chi lo ritiene utile"

    ecco a questo punto mi piacerebbe che lei, o qualcun altro, mi spieghi quale sia la reale utilità di tutto ciò, in termini pratici;
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    poi dice "Perchè scartare a priori questa seconda opzione?"

    beh... più che scartare a priori, direi che forse sarebbe meglio concentrarsi su qualche cambiamento più utile al paese;
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    poi dice "io non voglio dire che l'uso di titoli maschili per le donne sia la fonte di tutti i problemi, ma ne è sicuramente un sintomo ed è sicuramente di rinforzo ad alcuni pregiudizi"

    in realtà credo che sia vero il contrario; dire, che so, "ti presento la presidentessa" invece che "ti presento il presidente", è un pò come dire "ti presento la persona che ricopre il ruolo presidenziale, ma tieni presente che è una donna";
    ora, questo può essere usato in senso dispregiativo (probabilmente da un uomo) o in senso di presunta superiorità (probabilmente da una donna), ma non aggiunge nulla al REALE significato che deve avere il termine (cioè "persona che ricopre il ruolo presidenziale"), e in ogni caso risulterebbe un modo per tenere BEN SEPARATE le categorie uomo e donna, che, come dicevo sopra, mi sembra un gran passo indietro verso la REALE parità dei sessi;
    ----------------------------------------------------------

    poi dice " Non facciamo finta che quando sentiamo dire "l'amministratore delegato" non pensiamo automaticamente ad un uomo. O che non pensiamo automaticamente ad un uomo quando sentiamo parlare del "presidente". "

    detto con franchezza... Ecchìssènefrèga!!!
    cioè, voglio dire, se al termine "presidente" c'è qualcuno che in automatico pensa a un uomo, ciò non toglie nulla all'eventuale donna presidente, è quel qualcuno che si sbaglia e, quando se ne rende conto, riadatterà (se ha un minimo di intelligenza) la sua idea di presidente alla realtà, quale è il problema?
    Più che inventarsi termini nuovi, secondo me, bisognerebbe educare le persone, fin dalla scuola, che un presidente (per esempio) può essere anche una donna; inoltre per evitare equivoci imbarazzanti (e c'è già chi lo fa, lo so per esperienza), invece che dire (per es.) "l'ingegnere Esposito" si può dire "l'ingegnere Maria Esposito"; non mi sembra una gran fatica no?

    Saluti
  • Anonimo 05/09/2013 alle 09:52:28 rispondi
    "in realtà in origine il termine "ministra" non esisteva (tra l'altro dubito che nel dizionario sia contemplato anche adesso, ma potrei sbagliarmi)"

    A meno che lei per "origine" non intenda prima della comparsa dell'italiano, sì, si sbaglia. "Ministra" come femminile di ministro esisteva, così come "maestra" esisteva come femminile di "maestro". Il femminile dei sostantivi ha delle regole a volte meno complicate del previsto: "maestro/a" e "ministro/a", che peraltro hanno una analoga radice etimologica, ricadono in questi casi.

    Come si dice, a pedante, pedante e mezzo.
  • Xsara 05/09/2013 alle 10:37:40 rispondi
    I soliti cd. "ibis redibis..." di Metralo. Se non ci fosse lui... :D
  • Anonimo 05/09/2013 alle 15:58:20 rispondi
    Suppongo che quando metralo dice "in origine", intenda "quando un ministro poteva essere solo un uomo".
    D'altra parte se si guarda nel dizionario:

    http://www.treccani.it/vocabolario/tag/ministra/

    nel significato 1 (quello di cui si discute) si legge chiaramente "(ufficialmente, però, detta ministro)", il che rende esplicito che la parola "ministra" non sia un termine ufficiale, ma solo una convenzione nata in un secondo momento, quindi metralo non aveva tutti i torti;

    e concordo con lui (credo sia un lui) anche negli altri punti.
  • Anonimo 06/09/2013 alle 09:27:29 rispondi
    Certo possiamo migliorare ma facciamo benaltrismo e poi melina... questo si che è bene!
  • Ilaria 06/09/2013 alle 14:15:58 rispondi
    *********************
    Salve Sig.ra Ilaria,
    innanzitutto mi scuso per le virgolette, mi son sfuggite, in genere le uso per gli anonimi;

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    Scusato. Avevo notato e chiedevo chiarimenti.

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    in realtà in origine il termine "ministra" non esisteva (tra l'altro dubito che nel dizionario sia contemplato anche adesso, ma potrei sbagliarmi)


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    E infatti si sbaglia :D
    garzantilinguistica.it riporta la voce "Ministra".

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    sullo spreco di "tempo è soldi" mi riferivo al fatto che si dovrebbero come minimo aggiornare tutti i dizionari...
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    che, vedi sopra, sono già aggiornati.

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    per non parlare di tutti i documenti ufficiali cartacei e non in cui compaiono i titoli maschili ricoperti da donne;

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    Cambiare da oggi in poi (ovviamente non in modo retroattivo, sarebbe assurdo) non mi sembra questa spesa mostruosa, ma comunque io mi stavo riferendo al linguaggio parlato. I documenti ufficiali (e i dizionari) in genere seguono la prassi del linguaggio. Vorrei comunque farle notare che, come dice l'articolo, è dall'86 che l'uso dei femminili viene consigliato agli organi istituzionali. Direi che con 50 euro all'anno potevano aggiornare tutto comodamente.



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    ecco a questo punto mi piacerebbe che lei, o qualcun altro, mi spieghi quale sia la reale utilità di tutto ciò, in termini pratici;
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    Pensavo di averlo già detto, ma lo ripeto: il linguaggio è uno strumento potente ed utilizzare il genere corretto può aiutare a normalizzare una situazione.
    Se si sente regolamente parlare della presidentessa, pian piano entra nella testa che quello non è necessariamente un ruolo maschile.

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    beh... più che scartare a priori, direi che forse sarebbe meglio concentrarsi su qualche cambiamento più utile al paese;
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    Un attacco di benaltrismo?

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    in realtà credo che sia vero il contrario

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    Lei pensa che sia vero il contrario perchè lei pensa che un titolo al femminile sia dispregiativo. E pensa che sia dispregiativo perchè viene usato in senso dispregiativo (o veniva... oggi molto meno). Se l'uso fosse normale, questa concezione del femminile come dispregiativo finirebbe per decadere.


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    il REALE significato che deve avere il termine (cioè "persona che ricopre il ruolo presidenziale")
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    Visto che esiste il termine presidentessa, il termine presidente significa "uomo che ricopre il ruolo presidenziale" non "persona che ricopre il ruolo presidenziale".

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    e in ogni caso risulterebbe un modo per tenere BEN SEPARATE le categorie uomo e donna, che, come dicevo sopra, mi sembra un gran passo indietro verso la REALE parità dei sessi;
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    Che secondo lei si raggiunge non riconoscendo che una persona è una donna e un'altra è un uomo? Il suo concetto di parità è "tutti appiattiti sullo standard maschile"?

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    detto con franchezza... Ecchìssènefrèga!!!
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    Ovvio che lei se ne frega. Lei è un uomo e può fregarsene, visto che eventuali conseguenze non ricadono su di lei.

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    invece che dire (per es.) "l'ingegnere Esposito" si può dire "l'ingegnere Maria Esposito"; non mi sembra una gran fatica no?

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    Mentre invece, dire "l'ingegnera Esposito" richiede poi una settimana di ferie per riprendersi dallo sforzo?

    Ricambio i saluti :)
  • Metralo 06/09/2013 alle 14:50:13 rispondi
    Salve Sig.ra Ilaria,

    cercherò di essere più chiaro dato che lei ha voluto interpretare a modo suo le mie parole, stravolgendole:

    lei dice:
    "Se si sente regolamente parlare della presidentessa, pian piano entra nella testa che quello non è necessariamente un ruolo maschile."

    in realtà quello che sarebbe VERAMENTE utile è insegnare fin dalla scuola che il ruolo di presidente ha lo stesso valore se ricoperto da un uomo o da una donna...
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    poi dice:
    "Lei pensa che sia vero il contrario perchè lei pensa che un titolo al femminile sia dispregiativo. E pensa che sia dispregiativo perchè viene usato in senso dispregiativo (o veniva... oggi molto meno). Se l'uso fosse normale, questa concezione del femminile come dispregiativo finirebbe per decadere."

    queste son parole (e forse pensieri) suoi, non miei;
    io ho semplicemente detto che un ruolo, in quanto tale, è indipendente dal sesso, e ritengo quindi assurdo fare una distinzione sessuale nel termine che lo identifica, tutto quì;
    il fatto che un termine debba per forza avere una declinazione maschile o femminile è una convenzione della lingua italiana (in inglese, per esempio, il problema non si pone), che però non riguarda il sesso (una campana, per es., è femminile, ma non ha nulla a che vedere col sesso femminile; una mano, sarà UNA mano, anche se è la mano di un uomo; il naso sarà IL naso, anche se è quello di una donna; una guida turistica sarà UNA guida, anche se è un uomo; ecc...
    e allora perché il presidente non può essere IL presidente, anche se si tratta di una donna);

    senza contare che ci sono casi in cui il sesso di chi ricopre un ruolo non è noto, se per esempio dico "domani verrà eletto il nuovo presidente", oggi non so ancora se sarà un uomo o una donna a ricoprire il ruolo di presidente...

    poi mi chiedo se userebbe il termine presidente o presidentessa nel caso venisse eletto/a per tale ruolo Vladimir Luxuria ...

    poi dicevo, se al termine "presidente" c'è qualcuno che in automatico pensa a un uomo, ciò non toglie nulla all'eventuale donna presidente, è quel qualcuno che si sbaglia e, quando se ne rende conto, riadatterà (se ha un minimo di intelligenza) la sua idea di presidente alla realtà, quale è il problema?

    -----------------------------------------------------------

    poi pensavo di essere stato chiaro, l'utilità del termine è quella di indicare chi ricopre un determinato ruolo, voler specificare a tutti i costi se si tratta di un uomo o di una donna non aggiunge nulla al contesto, ma solo, eventualmente, una inutile discriminazione.

    Saluti.



  • Ilaria 07/09/2013 alle 16:17:14 rispondi
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    cercherò di essere più chiaro dato che lei ha voluto interpretare a modo suo le mie parole, stravolgendole:

    lei dice:
    "Se si sente regolamente parlare della presidentessa, pian piano entra nella testa che quello non è necessariamente un ruolo maschile."

    in realtà quello che sarebbe VERAMENTE utile è insegnare fin dalla scuola che il ruolo di presidente ha lo stesso valore se ricoperto da un uomo o da una donna...

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    1. dove sta lo stravolgimento?
    2. perchè una cosa dovrebbe escludere l'altra?

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    poi mi chiedo se userebbe il termine presidente o presidentessa nel caso venisse eletto/a per tale ruolo Vladimir Luxuria ...

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    Presidentessa. Si identifica come donna, perciò io parlo di lei al femminile.

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    poi pensavo di essere stato chiaro, l'utilità del termine è quella di indicare chi ricopre un determinato ruolo, voler specificare a tutti i costi se si tratta di un uomo o di una donna non aggiunge nulla al contesto, ma solo, eventualmente, una inutile discriminazione.

    ***************************************

    Il ruolo è "infermiere professionale" però suppongo che lei ad una donna si rivolga come "infermiera". La sta discriminando?
    Il ruolo è "maestro elementare" però suppongo che lei ad una donna si rivolga come "maestra". La sta discriminando?

    Il ruolo è "presidente" e lei non vuole chiamare una donna "presidentessa" perchè così la discrimina.

    Quale sarebbe la differenza?
  • Anonimo 09/09/2013 alle 13:07:06 rispondi
    Eh già Sig.ra Ilaria,

    lei come esempi mette infermiera e maestra, che sono tra i pochi termini in cui il femminile è stato già introdotto nel linguaggio comune, ma quì si discuteva di introdurre nel linguaggio formale termini che, al femminile, non esistono, o comunque non sono comunemente usati (e, tra l'altro, nemmeno voluti dalle dirette interessate)

    poi lei chiama "benaltrismo" l'obiezione del Sig. Metralo quando dice "forse sarebbe meglio concentrarsi su qualche cambiamento più utile al paese"; io invece penso che sia una semplice valutazione delle priorità, così come penso che questo articolo (che, forse non a caso, è scritto da un uomo) sia solo del fumo negli occhi, per distogliere lo sguardo dal REALE problema della discriminazione femminile.

    ci pensi un attimo...
    chi ora usa un termine al femminile solo in senso dispregiativo, anche se lo si obbliga a usarlo al femminile, sempre in senso dispregiativo lo intenderà;
    e poi come diceva anche il Sig. Metralo, se un individuo al termine presidente (o ingegnere, o dottore, ecc...) associa di base una figura maschile, e poi si trova davanti una donna, il problema è del suddetto individuo, che si troverà in imbarazzo per la SUA gaffe, e non toglie nulla alla donna che in quel momento si ritrova nel ruolo di presidente.
  • Ilaria 10/09/2013 alle 00:31:23 rispondi
    Sig. Anonimo, il signor Metralo non risponde più ed è venuto a raccogliere il testimone? :)


    "lei come esempi mette infermiera e maestra, che sono tra i pochi termini in cui il femminile è stato già introdotto nel linguaggio comune, ma quì si discuteva di introdurre nel linguaggio formale termini che, al femminile, non esistono, o comunque non sono comunemente usati (e, tra l'altro, nemmeno voluti dalle dirette interessate)"

    Sarebbero tutte cose a cui ho già risposto nei commenti precedenti, ma come si dice "Repetita juvant".
    1. Comune o non comune, non vedo perchè presidentessa dovrebbe essere discriminatorio mentre infermiera non lo è. Ha capito, vero, che era questo il punto dei miei esempi?
    2. Non si parlava di introdurre nel linguaggio formale, ma di introdurre nel linguaggio comune. Comunque, anche introdurre nel linguaggio formale, non vedo che problema sia. Quando mandi una lettera in firma al presidente, se capita che il presidente sia una donna, ci scrivi in fondo "La presidentessa". Tanto, comunque, le lettere portano sempre anche il nome della persona stampato, quindi quando cambia il presidente bisogna comunque cambiare il nome nei modelli... è uno sforzo immane modificare anche il titolo?
    3. sul "nemmeno voluti dalle interessate".... sarebbe "nemmeno voluti da _alcune_ interessate". Sarebbe indice di capacità di analisi cercare di capire perchè queste "alcune" non sono interessate (suggerimento: provi a guardare il suo ultimo punto)

    "poi lei chiama "benaltrismo" l'obiezione del Sig. Metralo quando dice "forse sarebbe meglio concentrarsi su qualche cambiamento più utile al paese"; io invece penso che sia una semplice valutazione delle priorità, così come penso che questo articolo (che, forse non a caso, è scritto da un uomo) sia solo del fumo negli occhi, per distogliere lo sguardo dal REALE problema della discriminazione femminile."

    Questa sua frase è praticamente la definizione da manuale del benaltrismo. "Ci sono problemi più gravi!! Non occuparti di questo!!"
    "Ti preoccupi della discriminazione QUI??? E non pensi alle donne in Arabia Saudita! Ci sono BENALTRE priorità" "Ti occupi della discriminazione delle donne? E i bambini che muoiono di fame?!?!?!" "Ti occupi dei bambini che muoiono di fame? E alla proliferazione nucleare chi ci pensa????"
    E via dicendo. Detto con estrema franchezza, io non mi faccio limitare dalla limitatezza altrui. Se lei e molti altri riuscite a pensare ad un solo problema alla volta e tutti gli altri problemi possono andare al diavolo... beh, problema vostro.
    Il fatto che un problema sia meno prioritario di altri, non lo rende un "non problema" e quando c'è una soluzione così semplice, tranquilla e che richiede poco sforzo e qualcuno ci si oppone con tanta veemenza, mi viene da chiedermi perchè.

    "chi ora usa un termine al femminile solo in senso dispregiativo, anche se lo si obbliga a usarlo al femminile, sempre in senso dispregiativo lo intenderà"

    Non capisco come non possa essere capito un concetto così semplice: la percezione del linguaggio cambia con il suo utilizzo. Se oggi il femminile (ci faccia caso: solo per i ruoli che comportano autorità) viene percepito come dispregiativo è perchè non è usato. E quindi viene percepito come la storpiatura di un'altra parola. Se diventa normale, perde il suo significato dispregiativo. E il cretino che continua ad usarlo in modo dispregiativo sarà guardato come uno scarafaggio da tutti gli altri.
  • Anonimo 16/09/2013 alle 02:32:17 rispondi
    A quanto pare il fumo negli occhi ha avuto successo...

    non solo molte donne vengono discriminate materialmente, ora si vuole discriminarle anche verbalmente, facendo anche credere che lo si fa per il loro bene...

    oh povere donne italiane...

    per fortuna ci sono molte donne intelligenti che, capendo quale sia il REALE significato del ruolo e della posizione sociale/politica/lavorativa raggiunta, preferiscono il termine unico.
  • Anonimo 30/09/2013 alle 11:04:27 rispondi
    "lei come esempi mette infermiera e maestra, che sono tra i pochi termini in cui il femminile è stato già introdotto nel linguaggio comune, ma quì si discuteva di introdurre nel linguaggio formale termini che, al femminile, non esistono, o comunque non sono comunemente usati (e, tra l'altro, nemmeno voluti dalle dirette interessate)"

    Chi è che ha detto questa bestialità? "Infermiera e maestra" esistono al femminile solo perchè prima i maschi diventavano dottori e, rispettivamente, professori (cioà insegnavano non hai bambini delle elementari e asilo ma alle superiori e all'università). Negli usa la prima donna medico finse tutto il tempo di essere un'uomo!


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