Cosa succede in città

Quando la Chiesa andava a pranzo con Videla

Nuove conferme sulle complicità della Chiesa cattolica con la giunta militare di Videla.

Claudio Tanari
mercoledì 8 agosto 2012 01:00

10 Aprile 1978. Intorno alla tavola apparecchiata, il generale Jorge Videla e tre autorevolissimi rappresentanti dell'episcopato argentino: il cardinale Juan Aramburu, l'arcivescovo Vicente Zazpe e il cardinale Raul Francisco Primatista. Siamo alla fine di un pranzo «tra amici» (come dichiarato in una recente intervista dallo stesso ex dittatore). Zazpe: «Cosa rispondiamo alla gente, visto che c'è un fondamento di verità in quanto sospettano?». Videla: «E' vero...». Aramburu: «Il problema è di rispondere in modo che la gente non continui a chiedere spiegazioni». Videla: «E' ovvio che sono già morti, sono scomparsi, non ci sono più. A questo punto bisognerebbe dire dove sono stati sepolti: in una fossa comune? E in tal caso chi li avrebbe sepolti in questa fossa? Una serie di domande alle quali le autorità di governo non possono rispondere sinceramente in quanto la cosa coinvolge diverse persone». Primatesta: «Ma la Chiesa vuole capire, collaborare: è consapevole che il Paese versava in uno stato di caos»... Insomma va evitato qualsiasi possibile danno di immagine alla Junta.

Questo incredibile dialogo, verbalizzato in un documento (10.949, fascicolo 24-II) della Conferenza episcopale e confermato dallo stesso Videla dalla sua cella nel carcere federale di Campo de Mayo, conferma - come del resto già abbondantemente provato dalle meritorie inchieste, fra gli altri, di Horacio Verbitski - la complicità attiva della Chiesa cattolica nel cosiddetto "Processo di riorganizzazione nazionale", la definizione tecnica della dittatura argentina (1976-1981) durante il quale è stato calcolato siano scomparse nel nulla circa trentamila persone. Desaparecidos, spariti, dopo essere stati illegalmente sequestrati dalle forze militari e imprigionati in centri di detenzione clandestina, tra violenze e torture.

Ora la sconvolgente verità torna alla luce, ripresa qualche giorno fa in Italia da Il Fatto e dall'argentino Pagina 12. Durante il primo processo contro i più alti esponenti della giunta militare, al giornalista Jacobo Timerman che gli aveva chiesto perché negli anni della dittatura non fosse stata introdotta direttamente la pena di morte, il generale Bessone rispose: «Pensate alle pesanti critiche rivolte dal papa a Franco nel 1975 per la fucilazione di appena tre persone. A noi sarebbe saltato addosso tutto il mondo. Non sarebbe stato possibile fucilare migliaia di persone». Il che avrebbe mandato di traverso parecchi pranzi.

E allora poté accadere che alla dispociciòn final (un'iniezione di penthotal per sedare i progionieri poi gettati in mare da un aereo) collaborassero le autorità ecclesiastiche, a partire dal nunzio apostolico Pio Laghi, naturalmente per trovare la soluzione "meno violenta". Parola del capitano di Marina Adolfo Scilingo: di ritorno dal primo volo si rivolse turbato al cappellano della sua unità militare, che lo tranquillizzò con dovizia di riferimenti ad alcune parabole bibliche. Garantendogli che si era trattato di una morte cristiana.

Claudio Tanari

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