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Diritti e Rovesci

Quote rosa nelle società pubbliche: il lifting della discriminazione

Il Consiglio dei ministri approva un regolamento per le quote rosa nei consigli di amministrazione pubblici. Nuova polvere sotto al tappeto per la discriminazione di genere.

Cecilia Calamani
sabato 4 agosto 2012 14:59

"Equilibrio tra i generi" è il nuovo nome, più raffinato ed elegante, con il quale oggi ci si riferisce alla pari partecipazione di uomini e donne alla vita del paese. A iniziare dai consigli di amministrazione e di controllo delle società pubbliche italiane, come stabilisce il nuovo regolamento del Consiglio dei ministri che consente la loro modifica per garantire almeno un terzo del «genere meno rappresentato», in parole povere le donne.
La nuova faccia delle quote rosa approda quindi nella pubblica amministrazione con evidente soddisfazione della ministra Fornero: «È un passaggio significativo, ancorché obbligato, per consentire l'effettiva partecipazione delle donne a momenti decisionali di così rilevanti attori economici, rimuovendo pregiudizi e conservatorismi anacronistici». La quale si augura che «possa essere anche di esempio per la politica».

Ma che bello. Come non sentirci orgogliose di un tale riconoscimento che ci fa sedere per forza o per statuto sulle poltrone più in vista della vita produttiva e politica del paese? Andiamolo a raccontare alle donne che lavorano in fabbrica, alle impiegate, alle disoccupate, a quelle che per un figlio sono costrette a lasciare il lavoro, a quelle che non trovano un asilo nido se non a costo del loro stesso stipendio, a quelle, infine, la cui libertà è ancora ostaggio del marito o del compagno, del padre o del fratello.
Sottopagate e sottoimpiegate rispetto ai loro colleghi maschi, ancora vittime di abominevoli ricatti quali la lettera di licenziamento in bianco per cautelare l'azienda da una eventuale maternità, con l'orologio in mano che contende il tempo per i figli a quello per la carriera, strette ancora tra un marito che a casa - forse - "mi aiuta" (!) e dei figli da accudire che sembrano appartenere solo a loro.
Le quote rosa (pardon, l'equilibrio tra i generi) sembrano la panacea per risolvere come d'incanto millenni di discriminazioni, inferiorità, subordinazione. Si lavora sull'effetto senza neanche porsi il problema delle cause, in modo da lucidare la punta dell'iceberg che spunta dalle torbide acque del sommerso. Tanto quello non si vede, è sotto il pelo dell'acqua.
Con il rischio che delle incapaci siedano per regolamento su poltrone di potere al posto di persone (genere qualunque) meritevoli. E per come è andata l'Italia in questi ultimi anni, il sospetto che sulla scelta del terzo delle componenti donne da inserire per forza in un cda gravi il meccanismo dello scambio sessuale è ragionevolmente fondato. Il quasi ventennio berlusconiano ce ne ha fornito esempi eclatanti anche senza quote rosa.

Un segno di civiltà, quindi? Non proprio. Un segno inequivocabile di ipocrisia. È dal basso che si lavora per arginare la discriminazione delle donne in tutti i settori, è lavorando sulla base della piramide, non sulla punta, che si potranno arginare tutte le declinazioni del sessismo. È su quella mentalità ottusa e sommersa che riguarda la ripartizione dei compiti nella famiglia, nella società, è sull'educazione delle nuove generazioni al rispetto e alla parità, è sul concetto di libertà che è diritto inviolabile sia dell'uno sia dell'altra, sullo stato sociale, sull'assistenza alla maternità, sui servizi all'infanzia che si investe davvero per costruire un "equilibrio tra i generi", guardando il problema nella sua interezza, non fermando l'attenzione su uno spicchio di realtà, quello delle cariche pubbliche, che nasconde un baratro ancora imbarazzante per un paese civile. È portando le donne a poter ambire a una carriera che le si aiuta nel processo di emancipazione, non fissando quota parte di sedie pubbliche destinate a loro.

Cosa sono i femminicidi, di cui il nostro paese ha un triste primato, se non la faccia più violenta della discriminazione di genere? Dal marito (fidanzato-amante-compagno o ex) padrone alle poltrone occupate da soli uomini (perché spesso non ci sono candidate donne) il passo è enorme, certo, e in mezzo ci sono tutte le facce della discriminazione sessuale, familiare, sociale, politica. Ma non capire che l'humus su cui tutti questi aspetti crescono e si sviluppano è uno solo, non tentare di risolvere alla radice il problema con investimenti sociali seri significa solo dargli una soluzione di facciata che potrà tanto piacere alle donne in carriera, quelle con cameriera e baby sitter a tutto servizio o che hanno rinunciato alla maternità per avere le stesse possibilità di un uomo, ma lascia tutto esattamente così com'è.
Con buona pace delle pari opportunità. Quelle vere.

Cecilia Calamani

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