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Diritti e Rovesci

Sentenze G8: la bilancia ruba sul peso

La sproporzione fra le due sentenze sul G8 di Genova riflette la forza del potere, la debolezza del movimento e l'assenza di ogni seria opposizione.

Walter Peruzzi
sabato 21 luglio 2012 01:03

Ci sono pochi dubbi sul fatto che le due sentenze relative al G8 di Genova del 5 e del 13 luglio scorsi, sotto apparenza di aver salomonicamente condannato i poliziotti e i manifestanti "violenti", abbiano dato un grave colpo al movimento democratico e inviato un segnale tranquillizzante agli apparati repressivi dello stato i cui vertici, ispiratori e mandanti (da De Gennaro a Scajola, Fini, Castelli, Berlusconi) sono usciti indenni o non sono neppure entrati nell'inchiesta.

Due pesi e due misure
Commentando la prima sentenza l'ex-senatore di Rifondazione Gigi Malabarba, già membro della commissione parlamentare sui servizi, scriveva che la Cassazione, favorita dalla prescrizione del reato più grave, cioè il massacro a freddo di 61 persone alla Diaz, grazie all'assenza del reato di tortura, «ha colpito nel modo più lieve possibile alcuni funzionari di PS, che sicuramente saranno lussuosamente parcheggiati da qualche parte per cinque anni in qualche consulenza di De Gennaro ma così facendo lascia la porta aperta alla condanna definitiva fra qualche giorno di 10 ragazzi a 100 anni complessivi per "devastazione e saccheggio". Un colpetto al cerchio per scassare completamente la botte». E aggiungeva: «Vorrei sbagliarmi, ma temo che il verdetto del 13 luglio sui 10 manifestanti sia già stato scritto oggi» (Giustizia non bendata, in "Movimento operaio", 6 luglio).
Lidia Ravera a sua volta, dopo la seconda sentenza, ha titolato ironicamente G8, finalmente giustizia per il sangue delle vetrine, notando come appunto siano state le vetrine, non gli esseri umani, ad avere ottenuto giustizia dai pm Pietro Gaeta o Anna Canepa (il pm che aveva precostituito in appello la condanna dei no global) e dalla suprema corte: «Spaccare le costole a gente che dorme è un eccesso di zelo, non un crimine. È un crimine, invece, bruciare un cassonetto: si chiama "devastazione"» ("Il fatto quotidiano", 15 luglio).
E si potrebbe continuare comparando le condanne per quanto lievi e la sospensione dal servizio date ai funzionari che guidarono l'irruzione alla Diaz e la sequela di promozioni collezionate da Gianni De Gennaro, che di quei funzionari era il comandante, in quanto capo della polizia; o mettendo a confronto, al di là di Genova, i 3 anni e mezzo, oltrettutto coperti da indulto, inflitti ai poliziotti (ancora in servizio!) che hanno ucciso Aldrovandi con i 10-12-14 anni di galera già esecutivi contro i no global che hanno ucciso dei bancomat.

La giustizia e il potere
Queste sentenze confermano che la giustizia, cioè il modo di interpretare e applicare le leggi, non solo è condizionata dai rapporti di forza fra le parti sociali, ma è esposta al ricatto del potere - tanto più quando si tratta di processi che lo riguardano da vicino.
In Italia, nonostante il lungo predominio di governi democristiani o di destra, il movimento operaio e popolare, le forze, le idee e le spinte democratiche sono ancora abbastanza forti e presenti a vari livelli anche nelle istituzioni, nei media, negli stessi apparati dello stato, al punto da rendere difficile far passare del tutto sotto silenzio i crimini del potere o garantire ad essi la certezza dell'impunità; e da poter strappare qualche parziale risultato - dal processo Aldrovandi alle condanne dei dirigenti di polizia a Genova. Ma non lo sono abbastanza per impedire vergogne come la notte della Diaz, le torture di Bolzaneto, gli omicidi Cucchi Aldrovandi Uva Ferrulli ecc. o per ottenere (salvo in pochi casi) processi rapidi e sentenze non sfrontatamente inique.
Tutto questo si riflette anche nelle difficoltà di far emergere la verità sulla trattativa stato-mafia e sulle stragi, nei troppi processi di personaggi eccellenti conclusi con assoluzioni e prescrizioni, nello sbilanciamento fra sentenze che danno qualche risarcimento, spesso solo formale, a cittadini massacrati o uccisi dai tutori dell'ordine e sentenze che vendicano ferocemente il sangue sparso dalle vetrine.

Senza alternative
Ciò è tanto più vero di questi tempi, in cui il movimento democratico si è indebolito anche per la liquefazione-frammentazione della sinistra e la compiuta mutazione dei riformisti (Pd) in un partito di centro che guarda a destra, che antepone ormai programmaticamente ai diritti dei lavoratori gli interessi del padronato, ai diritti civili le pretese del Vaticano, alle rivendicazioni dei movimenti o dei migranti le ragioni della "sicurezza".
Né è dato vedere a breve una prospettiva di ripresa. Anche Sel e lo stesso Grillo sono parsi quanto il Pd silenti e disinteressati di fronte alle sentenze di Genova e alla domanda levatasi da qualche parte di costringere alle dimissioni De Gennaro. Lo stesso silenzio hanno sostanzialmente mantenuto su diritti e tragedie dei migranti - che ogni giorno naufragano nei nostri mari o vengono respinti grazie all'accordo firmato con la Libia dal "tecnico" Cancellieri sull'esempio del razzista Maroni.
Per non dire dell'Idv, che è sembrata a un dato momento suscettibile di allearsi alla sinistra (da Sel al Prc) nella costruzione di una alternativa. Questo è reso però sempre più difficile (e indigeribile) da un Di Pietro che (come Grillo) coniuga facilmente un linguaggio omofobo col sostegno ai gay o critica anche fondatamente il capo dello stato, se serve a togliere voti al Pd, ma poco s'interessa all'immigrazione e si è sempre opposto a una commissione d'inchiesta su Genova, o a recedere da una acritica solidarietà a De Gennaro, alla polizia e alla magistratura, specie quando fanno schifezze, in conformità con un programma che pare essere «più manette per tutti».

Walter Peruzzi

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