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La terra dei papi


Diritti e Rovesci

Amnistia subito

Dostoevskij scriveva: «Il grado di civilizzazione di una società si misura dalle sue prigioni».

Johnny Spata
mercoledì 18 luglio 2012 08:47

«Se non ora, quando? Se non così, come?» queste le parole che chiudono l'appello di amnistiasubito.it che 110 tra professori di Diritto e giuristi hanno scritto e sottoscritto al presidente della Repubblica. E i 4 giorni - che partiranno dal 18 di luglio - di sciopero della fame e del silenzio indetto dai Radicali assieme a detenuti, direttori delle carceri, operatori e cappellani.

Parliamo di amnistia e di diritti nelle carceri e dell'esecuzione della pena e del dibattito che in un Paese come l'Italia, culla del diritto e madre di giuristi come Beccaria, dovrebbe esserci. L'iniziativa politica dei Radicali ormai va avanti da più di un anno per chiedere il rispetto della legge e della legalità dello Stato verso le sue strutture di rieducazione: lo stesso presidente della Repubblica in un convegno sulla giustizia tenutosi il 28 luglio 2011 dichiarò che l'emergenza carceraria è una prepotente urgenza. Ma dal luglio 2011 ad oggi nelle patrie galere sono morti 116 detenuti di cui 60 per suicidio. Ad oggi ci sono circa 30.000 arrestati in attesa di giudizio e secondo le stime del Ministero della giustizia circa la metà alla fine del processo verrà giudicata innocente.
L'amnistia per molti è intesa come una resa dello stato di diritto e all'obbligo che grava sullo stesso di garantire la legalità. C'è una procedura molto più subdola e silenziosa dell'amnistia: la prescrizione. Ogni anno finiscono prescritti circa 165.000 processi penali e una volta che il reato cade in prescrizione la vittima del reato non avrà mai più Giustizia.
L'Italia ogni anno ormai dal 1959 viene condannata sistematicamente dalla Cedu (Commissione europea sui diritti umani) e precisimante 2.121 volte per violazione della Convenzione. Il nostro Paese si è così classificato al secondo posto, dietro solo alla Turchia (2.573 violazioni) e prima di Russia (1.079) e Polonia (874). Record non certo invidiabile, considerando l'articolo 27 della Costituzione che al comma 3 recita: «Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato»; e al comma 4 dello stesso si legge: «Non è ammessa la pena di morte».

Dal 2000 al 2012 ci sono stati ben 2020 decessi nelle carceri Italiane, l'Italia si trova in costante flagranza di reato considerando la Costituzione della Repubblica e le norme dell'Unione che l'Italia ha ratificato e quindi ha il dovere di applicare. Chi si scandalizza per un procedimento di clemenza come l'amnistia peraltro previsto dalla nostra Costituzione dovrebbe anche scandalizzarsi per lo Stato in cui sono tenuti circa 70.000 detenuti e le carceri in cui sono costretti a vivere e lavorare gli agenti di Polizia Penitenzieria, che con gravi carenza di personale fanno un lavoro egregio per garantire sicurezza e vivibilità all'interno delle strutture, gli operatori come gli psicologi, anche loro con vuoti di personale, gli educatori e i volontari.
È abbastanza difficile spiegarsi il silenzio e la latitanza dei mass media su una questione che dovrebbe toccare tutti i cittadini, come è appunto la drammatica urgenza di una riforma strutturale del sistema carcerario italiano. Se non fosse altro che secondo stime di Bankitalia una giustizia che non funziona costa l' 1,1% del Pil e ancora, secondo stime del ministero della Giustizia, chi tra i detenuti usufruisce di provvedimenti di clemenza come l'amnistia e l'indulto o a pene alternative la recidiva è dello 0.01%

Se è vero quello che scriveva Dostoevskij che «il grado di civilizzazione di una società si misura dalle sue prigioni», l'Italia a quale grado di civiltà è?

Johnny Spata

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