Divorziati e risposati: sì di Bergoglio alla comunione, anzi no

Ci ha provato Tremonti un anno fa ed è andata male; ora ci riprova il governo tecnico ad accorpare le festività. Quelle laiche naturalmente, visto che quelle religiose non si possono toccare per gli accordi Stato-Santa Sede. Secondo i nostri illuminati tecnici, accorpare qualche festività avrebbe un benefico effetto sul Pil secondo il teorema che a pagare la crisi il sacrificio maggiore è richiesto ai lavoratori e non agli evasori o ai tanti privilegiati di questo paese (dove li mettiamo in quest'ottica i sei miliardi di euro che la Chiesa riceve ogni anno dallo Stato italiano?)
La proposta, caldeggiata dal sottosegretario Catricalà, potrebbe arrivare in Consiglio dei ministri già venerdì prossimo. La gatta da pelare non è tanto far saltare festività quali il 25 aprile, il 1° maggio e il 2 giugno, quella è robetta, quanto infierire su riti locali come san Gennaro a Napoli, santi Pietro e Paolo a Roma, sant'Ambrogio a Milano, sant'Agata a Catania e via dicendo.
Lì si incontrerà la vera resistenza, in primis dei parlamentari. In confronto la Festa dei Lavoratori, la Liberazione dal regime nazifascista, la Festa della Repubblica sono davvero ricorrenze obsolete, che oltretutto servono anche a ricordare alle nuove generazioni come ci siamo liberati dall'oppressione. Ma sì, meglio accorparle.
Aggiornamento del 20 luglio. Il governo ha deciso di non accorpare le festività: "I risparmi di spesa non sono garantiti, non ci sono casi simili in Europa, e si violerebbe il principio dell'autonomia contrattuale, con il risultato di aumentare la conflittualità tra lavoratori e datori di lavoro".
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