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Nel nome del Padre

Atteggiamento fideistico e responsabilità personale

Quando il carisma trascendente della religione, ma anche di certi poteri secolari, diventa un pretesto per non esprimere la propria volontà individuale.

Enrico Galavotti
martedì 10 luglio 2012 01:00

Generalmente i credenti motivano la loro fede partendo dal presupposto che esiste un dio autorizzato a riservarsi delle particolari prerogative (onniscienza, onnipotenza) interdette agli esseri umani, e che, nonostante questo, non viene mai violata la libertà di coscienza, proprio perché tali prerogative possono essere usate soltanto per un fine di bene.
I credenti sono convinti ch'esista una tale perfezione divina che, anche quando non viene compresa come si dovrebbe, a essere premiata è sempre la fede sincera. La quale, al massimo, potrebbe esser messa alla prova (come ad Abramo sul monte Moria) onde verificarne la forza o l'intensità. Quel che è certo è che un dio buono di natura non potrebbe mai biasimare chi crede in lui di tutto cuore.

È sulla base di queste motivazioni religiose che molti credenti hanno giustificato le peggiori dittature della storia. Come d'altra parte l'hanno fatto gli atei, quando nei confronti di taluni leader carismatici assumevano atteggiamenti di tipo mistico.
Negli uni e negli altri la giustificazione è sempre stata la stessa: obbediamo al potere, anche quando ci appare ingiusto, perché pensiamo ch'esso possa scongiurare un male peggiore. È stato appunto così che si sono giustificati i crimini più orrendi.

Nell'Antico Testamento l'esempio più lampante di questo strano modo di concepire la vita è dato dalla figura di Giobbe, che accetta le prove più terribili non perché si senta colpevole di qualcosa (come gli suggerivano di credere i vari rabbini), ma semplicemente perché è convinto che Jahvè, in definitiva, abbia sempre ragione, anche quando non lo si comprende.
Nel vangelo di Giovanni vi è l'episodio del cieco nato in cui si ripete il dilemma. Davanti a lui i discepoli chiedono a Gesù: «chi ha peccato, lui o i suoi genitori?»(9,1ss.). E lui, serafico, risponde: «né lui né i suoi genitori, ma è così perché si manifestino in lui le opere di Dio».
Il che voleva dire, in quel frangente, compiere una guarigione miracolosa che puntualmente avvenne, ma che avrebbe anche potuto voler dire, alla stregua del poverello d'Assisi quando andava ad assistere e confortare i lebbrosi nei loro luoghi di emarginazione, riscoprire in se stessi il valore dell'umiltà.

Oggi forse possiamo fare di più che inventarci dei miracoli mai esistiti, come i redattori evangelici, o piangere sulle nostre colpe, come il figlio pentito del ricco mercante di stoffe.
Quando infatti ci chiediamo se davvero siano credibili delle speciali prerogative che un dio possa riservarsi, senza violare la nostra libertà, rispondiamo decisamente di no. Proprio perché siamo adulti e non bambini.
È vero che noi, in veste di genitori, possiamo qualche volta mentire ai nostri figli, dando per scontato che, se dicessimo loro la verità, tutta la verità, potremmo ottenere effetti più negativi che non dicendogliela. Ma è anche vero che, quando saranno più grandi, eviteremo questi espedienti, in quanto sappiamo che se c'è qualcosa che aiuta a crescere, è proprio la verità, e non solo da parte di chi l'ascolta ma anche da parte di chi la dice.
Viceversa tra adulti che amano la verità sarebbe del tutto insensato pensare che qualcuno possa riservarsi un potere particolare a prescindere dalla volontà altrui. Quando ciò avviene la democrazia non esiste.

Tutte le volte che accettiamo di privarci liberamente della nostra volontà, delegando qualcuno a rappresentarci, dovremmo nel contempo esigere tre condizioni fondamentali: che la delega sia la più possibile ridotta nel tempo; che i poteri concessi siano ben delimitati; che il delegato renda conto il più presto possibile del mandato ricevuto.
Quando si accettano questi principi irrinunciabili della democrazia diretta, ovvero della responsabilità personale, qualunque atteggiamento fideistico nei confronti di un capo carismatico perde la sua ragion d'essere.

Enrico Galavotti

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