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La terra dei papi


Ragione e Pregiudizio

Ateismo e agnosticismo: un confronto critico

Una qualunque religione deve stare, kantianamente, nei limiti della ragione, altrimenti il dialogo diventa difficile.

Enrico Galavotti
martedì 24 luglio 2012 01:35

La parola "non credere", per gli agnostici, non è apodittica ma sospensiva, aperturista. Loro rifiutano le posizioni dogmatiche, gli autoritarismi della fede, dei sacerdoti e persino delle secolari tradizioni, però restano disponibili alle dimostrazioni, ai ragionamenti, alla logica e alla scienza, salvo prova contraria, come dicono tutte le persone ragionevoli e quindi anche gli agnostici, che evitano di dirsi atei, poiché ritengono l'ateismo una religione rovesciata.
Loro sono possibilisti, ancorché non ingenui, poiché una qualunque religione deve stare, kantianamente, nei limiti della ragione, altrimenti il dialogo diventa difficile.

L'ateismo però è un'altra cosa e non esattamente quella che dicono gli agnostici, anche se la differenza non è poi così grande. Quando si parla dell'esistenza di dio, un ateo dovrebbe negare valore anche alla più remota ipotesi. Un agnostico non arriverà mai a dire "non credo che dio esista"; al massimo dirà, come Ugo Grozio, che il fatto che esista o non esista è indifferente per la vita terrena dell'uomo. Magari può anche esistere, ma non in questa dimensione spazio-temporale, poiché i nostri sensi non possono percepirlo in alcuna maniera o dimostrare che quanto percepiscono sia vero; e se anche, a nostra insaputa, ci fosse un dio, il fatto che permetta tutte le mostruosità e aberrazioni che quotidianamente vediamo, sarebbe un motivo sufficiente per dubitare delle qualità sovrumane che i credenti gli attribuiscono.
Per un ateo invece un qualunque dio, onnisciente e onnipotente, in qualsivoglia dimensione dell'universo, andrebbe considerato, di per sé, come una negazione dell'uomo, in quanto violerebbe anzitutto la sua libertà di coscienza, la quale non può accettare le evidenze che s'impongono da sé, quelle che impediscono di fare una scelta personale. Non c'è altro dio nell'universo che non sia l'uomo stesso.

È possibile non fare dell'ateismo una religione rovesciata? Sì, se evitiamo fanatismi, intolleranze e fondamentalismi. Non ha senso mettersi a discutere con un credente di questioni religiose, quelle di tipo mistico o trascendente, come ad esempio la divinoumanità del Cristo (su cui nel passato ci si ammazzava), proprio perché non riguardano la concretezza dell'uomo ma le sue astratte speculazioni. Peraltro sappiamo bene che un credente (come qualunque altra persona, beninteso) non si lascia mai convincere da un semplice ragionamento. La fede o la non-fede è una questione interiore, intima, un "oggetto sensibile". Uno si convince da solo, guardando come gli altri vivono le loro convinzioni.
Certo, dobbiamo lottare contro superstizioni e clericalismi, ma senza metterci sullo stesso piano dei nostri avversari. Anche perché la religione non ha una "storia propria", che possa indicare i parametri interpretativi a tutte le altre storie. Quando presume di farlo, è ridicola e generalmente resta inascoltata.

La religione è solo un aspetto della cultura, anche quando pretende di determinarla. Un ateo non potrebbe mai scrivere una "storia della Chiesa" intesa come "storia del dogma", ma semmai una "storia della società", in cui la Chiesa può aver giocato un ruolo di rilievo (sociale, culturale e, come nel caso della chiesa romana, politico). Le convinzioni in materia di fede mutano al mutare della società o al mutare dell'esperienza personale di ognuno di noi. Dal momento in cui in Europa occidentale è nata la borghesia a quello in cui è sorto il protestantesimo dovettero passare cinque secoli: i tempi sono sempre molto lunghi per cambiare mentalità. Chi fa cultura lavora sul lungo periodo. È storicamente accertato che una religione può influire sulla società, ma l'importante è vedere fino a che punto essa è in grado di risolverne le contraddizioni. E nessuna religione è in grado di risolvere alcunché. Gli uomini risolvono i loro problemi non in quanto atei o credenti, ma perché sono umani e oltre un certo livello di sopportazione del dolore, della sofferenza non vanno.

L'agnostico è propenso a credere in ciò che gli viene dimostrato, l'ateo invece non vi crede proprio se gli viene dimostrato. Qui sta la principale differenza tra i due modi di porsi di fronte alla questione religiosa. Che cos'è questo? Uno scetticismo preventivo (il primo) e uno scetticismo assoluto (il secondo)? No, semplicemente è l'atteggiamento di noi figli di una cultura ben precisa, quella occidentale, che dapprima è stata greco-romana, poi cattolico-romana, poi cattolico-borghese, poi borghese-protestante, infine laico-borghese. Sono state queste le culture dominanti che ci hanno tolto la verginità. Quando i grandi filosofi greci dicevano - loro che hanno fondato la nostra cultura - che alle fonti della conoscenza c'è lo stupore o la meraviglia e, allo stesso tempo, discriminavano il barbaro dal greco, lo schiavo dal libero, la donna dall'uomo e il nullatenente dal possidente, quale grande filosofia ci stavano insegnando? Una sola: quella della doppiezza, che si è trasmessa imperterrita nei secoli, a dispetto di tutte le varianti monoteistiche che han preteso di eliminare il paganesimo.

Di fronte a questi duemilacinquecento anni di ipocrisia, è del tutto naturale avere un atteggiamento un po' guardingo e sospettoso. Nei vangeli si dice che se non diventeremo come bambini non entreremo nel regno dei cieli. Ma se nella nostra cultura si è violentati dalla culla, come faremo ad entrarci? Noi non abbiamo più un dio a cui chiedere di non distruggere Sodoma nell'eventualità che si possano trovare almeno dieci saggi. Noi possiamo soltanto assumerci delle responsabilità, senza fare dello scetticismo un atteggiamento fine a se stesso.
Insomma il fatto di credere o non credere non c'entra nulla con la logica o l'ontologia: elaborare, come fece sant'Anselmo, delle argomentazioni per dimostrare l'esistenza di dio è insensato come fare il contrario, proprio perché siamo tutti consapevoli che uno, in coscienza, può vedere anche quello che non esiste, credere nell'impossibile e comportarsi di conseguenza, magari anche migliorando se stesso, se prima era dominato da passioni vizi o debolezze. Qui c'è da condividere Wittgenstein quando dice che di ciò di cui non si può parlare, è meglio tacere.

Non si è migliori solo perché si ha o non si ha la fede, solo perché sappiamo argomentare scientificamente le cose o perché speriamo contro ogni speranza. Tutto dipende dal modo di vivere, dall'attività pratica. Ci si convince guardando gli altri, prendendo esempio da chi è migliore di noi, non - si badi - dall'eloquenza o dal fervore delle sue parole, ma proprio dal valore umano del suo vivere quotidiano. Solo questo può rendere un credente migliore di un ateo. E viceversa, naturalmente.
Non c'è nessun criterio oggettivo che possa dirci, in maniera aprioristica, dove sta la verità di un'idea o la bontà di un'azione. E' l'ambiguità delle cose che dimostra la nostra libertà e ci mette alla prova. Gli atei e gli agnostici sono relativisti, ma senza fare del loro relativismo un assoluto e diventare così cinici e crudeli. Sono relativisti perché pensano che prima di andare a togliere la pagliuzza dall'occhio altrui, si devono togliere la propria trave. Non siamo dei perfezionisti, ma non diventiamo neppure nichilisti quando ci dicono che la zizzania sarà sempre con noi.

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Commenti
  • Sergej 24/07/2012 alle 10:15:34 rispondi
    Scusate, ma la frase "L'agnostico è propenso a credere in ciò che gli viene dimostrato, l'ateo invece non vi crede proprio se gli viene dimostrato" è un errore di stampa, è riportata male o altro? Perché scritta così, può darsi che io l'abbia male interpretata, ma mi pare solo (col dovuto rispetto) una fesseria bella e buona.

    Come pure per altri frasi nelle quali io che, se costretto a scegliere mi definirei senz'altro ateo e non agnostico, non mi riconosco di certo ( 'Un ateo non potrebbe mai scrivere una "storia della Chiesa" ecc.' , 'Per un ateo invece un qualunque dio, onnisciente e onnipotente, in qualsivoglia dimensione dell'universo, andrebbe considerato, di per sé, come una negazione dell'uomo' )

    Boh, non so, l'articolo non mi convince granché
  • Mauro Quercia 24/07/2012 alle 14:18:51 rispondi
    Convincere un credente
    Concordo con Sergej, correggi quella frase, non ha alcun senso! :-)

    Quello che vorrei invece argomentare riguarda la seguente affermazione: "un credente non si lascia mai convincere da un semplice ragionamento."

    Io ero un credente, lo sono stato in forme diverse nel corso della mia vita, e mi sono dichiarato cristiano fino a 3 anni fa. Finché, all'alba dei miei 40 anni, mi sono convinto che ciò che meglio mi definiva, nei confronti della fede e della religione, era l'etichetta di "ateo". Non ho di certo cambiato idea per un semplice ma efficace ragionamento letto o ascoltato da qualche parte. Il processo di "conversione" è stato lungo, almeno più di 20 anni! Fondamentali sono stati lo studio della Bibbia, del Catechismo della Chiesa cattolica come delle altre religioni, occidentali e orientali. E' però innegabile che ogni argomentazione, ogni ragionamento, ogni spiegazione contro o a sfavore della credenza e della religione, si è insidiata nella mia mente, è stata valutata, ponderata, smontata e rimontata, osservata da mille angolazioni. Si è unita ad altre, pian piano hanno corroso e distrutto altre idee opposte e in competizione, sostituendo, nella mia mente, una visione del mondo con un'altra.

    Nessun credente si convertirà di colpo sentendo una critica logica, basata sui fatti e ben argomentata. Ma l'idea che viene lanciata non rimbalzerà indietro sconfitta: spesso, molto spesso, attecchirà, germoglierà e farà frutto.

    Avrà anche un effetto forse maggiore non sulla persona con la quale stiamo dialogando su posizioni opposte, ma su quanti in quel momento sono spettatori della discussione. Costoro avranno la possibilità di valutare entrambe le idee, passarle al vaglio della loro esperienza e della loro cultura, mettere su due piatti della bilancia e confrontare la validità di entrambe.
    Penso che valga la pena, dialogare, discutere e mettere in discussione le idee, sia le proprie che quelle altrui: quelle migliori avranno la meglio, e il mondo non potrà che essere migliore.
  • Luca Casartelli 24/07/2012 alle 14:37:47 rispondi
    Anche io mi pongo l'identica domanda di sergej del commento che mi ha preceduto.
    Non capisco la frase L'agnostico è propenso a credere in ciò che gli viene dimostrato, l'ateo invece non vi crede proprio se gli viene dimostrato..
    A meno per "ateo" si intenda un fondamentalista opposto e speculare al dogmatico religioso.
    Ma così non è di certo per la stragrande maggioranza degli atei.
    Non credere a ciò che viene dimostrato, non è ateismo, ma stupidità.

    La differenza, fra ateo ed agnostico è sottile, e tutti hanno la loro idea, la lor personale definizione.
    Ateo nega l'esistenza di un dio. Agnostico dice "forse sì sorse no, vado avanti lo stesso"
    La negazione dell'uomo, delle sue libere scelte, se si crede in un dio, non è una posizione solo degli atei, ma , credo, di tutte le persone logiche.
    Mi spiego.
    Se tutto ciò che faccio dipende da dio, chi amo, come vivo, come mi comporto, se sono bravo o cattivo, onesto o delinquente .. io che cacchio c'entro?
    Sono solo un automa nella mani di un essere superiore?
    No grazie.

    Concordo invece con la parte Non si è migliori solo perché si ha o non si ha la fede, solo perché sappiamo argomentare scientificamente le cose o perché speriamo contro ogni speranza. Tutto dipende dal modo di vivere, dall'attività pratica. .

    Saluti.
  • Luca Casartelli 24/07/2012 alle 16:35:11 rispondi
    Quello che afferma Mauro Quercia lo trovo corretto.
    A patto che le persone coinvolte, sia i due interlocutori che gli eventuali spettatori, siano aperti al confronto ed al dialogo.
    Se le persone sono chiuse e dogmatiche (io ho ragione tu sei stupido) non si andrà da nessuna parte, e questo mondo non migliorerà certo .. e si vede.
    Ma la possibilità esiste.

    Il tuo passaggio di vita, è simile al mio.
    Anche se il mio è stato più un passaggio di "logica ed intuitivo" di domande che mi sono sempre posto e risposte che non ho mai avuto, più che dallo studio della bibbia e delle altre religioni.
    Non ho letto enciclopedie trattati :-)
    Ma ho letto anche io, e frequentato.

    Cosa sono?
    Mi definisco agnostico/ateo (differenza sottile ..s e c'è ..).
    Io mi comporto come reputo giusto fare e non per una qualche ricompensa nell'aldilà. Mi interesso, pongo domande, cerco risposte, rispetto le altrui visioni da cui posso trarre insegnamenti ..
    So bene cosa non sono, ma non so dirti cosa sono. Perché le definizioni sono diverse.
    Qualche esempio. Ho letto che:
    1) ateo è colui che non crede in niente dopo la morte. Puff! si muore e si svanisce = no, non sono ateo.
    2) ateo è colui che non crede nelle religioni preconfezionate, ragiona, cerca, si pone domande = sono ateo.
    3) All'uopo potremmo dire che l'ateo è colui che non aderisce ad alcuna ideologia preconfezionata, religiosa o no, ma è anche è colui che non si accontenta del racconto della storia e della vita che viene dai canali precostituiti rinunciando a indagare e capire in prima persona come va il mondo, è colui che si pone le domande essenziali ma non si abbandona alle risposte più facili senza prima verificarne il contenuto con distacco, è colui che sa che "tutto è relativo", per dirla con Albert Einstein; in una parola, l'ateo è un uomo libero nella mente e nella sua visione del mondo e dei rapporti sociali, ed è consapevole della propria libertà. - da articolo di Alessandro Baoli su questo giornale = sono ateo
    4) ateo è colui che non ammette le religioni nella vita pubblica = non sono ateo. Sono laico, pubblicamente uno può e deve fare ciò che crede. Di certo quello che non si deve mai fare è IMPORRE. E nemmeno l'ateismo va IMPOSTO. Altrimenti poco cambia dal dogmatismo religioso cattolico a cui si è avversi.

    In sostanza, è vera l'affermazione secondo cui esistono tanti ateismi quanti sono gli atei. E trovo altresì vero il concetto espresso da un altro lettore di questo giornale, secondo cui, tutti gli atei sono tecnicamente parlando degli agnostici.
    Un saluto, e piacere di conoscerti.
      
  • Metralo 24/07/2012 alle 16:55:38 rispondi
    Salve a tutti,

    scusami Luca, ma il tuo ragionamento

    "Se tutto ciò che faccio dipende da dio, chi amo, come vivo, come mi comporto, se sono bravo o cattivo, onesto o delinquente .. io che cacchio c'entro?
    Sono solo un automa nella mani di un essere superiore?
    No grazie."

    sottintende (erroneamente) l'equazione:
    esiste un Dio => è solo Dio a scegliere

    in realtà la questione è (a mio avviso) ben diversa;

    dato per assunto (perché verificato oggettivamente) che l'uomo è in grado di scegliere tra le possibilità e le occasioni che gli si pongono davanti, domande molto più appropriate sarebbero (secondo me):

    CHI o CHE COSA genera queste occasioni? E perché? Che insegnamento posso trarne? Può il mio operato essere occasione per qualcun altro?
    Ecc...

    Ogniuno poi cerca di trovare le proprie risposte, in base alle proprie esperienze personali.

    Poi concordo pienamente anch'io con la frase "Non si è migliori solo perché si ha o non si ha la fede, solo perché sappiamo argomentare scientificamente le cose o perché speriamo contro ogni speranza. Tutto dipende dal modo di vivere, dall'attività pratica."

    Saluti.
  • Flavia 24/07/2012 alle 17:04:09 rispondi
    Ateismo e agnosticismo: un confronto critico
    Sulla frase "L'agnostico è propenso a credere in ciò che gli viene dimostrato, l'ateo invece non vi crede proprio se gli viene dimostrato. Qui sta la principale differenza tra i due modi di porsi di fronte alla questione religiosa" sono totalmente in disaccordo, così come gli altri. L'ateo ha le prove che la divinità è una creazione umana ma è come lo scienziato: se venisse dimostrato il contrario sarebbe pronto a cambiare idea. Chi invece non cambia idea è il credente, visto che crede per fede e non per ragione e quindi non mette in discussione la fonte del proprio codice morale religioso. Semmai, la differenza tra atei e agnostici è che gli agnostici, come scritto nell'articolo, non si pongono il problema della divinità perché non è rilevante per la vita dell'essere umano mentre gli atei prendono posizione perché, al contrario degli agnostici, ritengono che la rilevanza ci sia e che sia negativa.
    In quanto alla domanda "È possibile non fare dell'ateismo una religione rovesciata?" direi che è falsa tanto quanto chiedersi "Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo?" ecc. La religione è definita come credere in e adorare un potere superiore che controlla tutto e l'ateismo è l'esatto contrario. Per una risposta arguta e spiritosa a chi continua a chiamare "religione" l'ateismo (o il darwinismo) vedere qui:
    http://www.youtube.com/watch?v=aQp6GMzGPpU
  • Arnaldo 04/09/2012 alle 13:09:24 rispondi
    Flavia ha sintetizzato egregiamente quello che altri hanno scritto. In più vorrei dire a Enrico Galavotti che io ritengo, forse immodestamente, che nel mio occhio ci sia una pagliuzza e che in quelli dei credenti, invece, ci sia la trave. Io ritengo, sempre immodestamente, di avere cercato di "pensare": loro mi sembra che neanche ci abbiano provato. Schopenhauer era ancora più sintetico: ha scritto "chi crede non pensa, chi pensa non crede". Non si tratta di arroganza o presunzione, ma di una serena valutazione di sè stessi, sempre pronti, al contrario di altri, a "farsi ragionevolmente convincere"...

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