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La terra dei papi


Nel nome del Padre

Bertone e il diritto a informare

Il settimanale Famiglia Cristiana intervista il cardinale Tarcisio Bertone su alcuni dei temi "caldi" sui quali la Chiesa è al centro dell'attenzione dei media in questi giorni.

Cagliostro
venerdì 22 giugno 2012 16:24

Il settimanale Famiglia Cristiana/i] ha pubblicato un'intervista al cardinale Tarcisio Bertone - segretario di Stato vaticano - che affronta alcuni dei temi "caldi" per cui la Chiesa è al centro dell'attenzione dei media in questi giorni.
Il cardinal Bertone - intervistato da Antonio Sciortino - parla di una Chiesa che «promuove un volume immenso di attività caritative, a sfondo socio-assistenziale ed educativo» che però «non passa sui mass media e nell'opinione pubblica» nonostante svolga «un'opera ampiamente riconosciuta dalle popolazioni che ne beneficiano».
Prima di tutto - attenendosi alle stesse parole di Bertone - non si capisce in che modo il segretario di Stato vaticano possa affermare che l'opera della Chiesa sia «ampiamente riconosciuta dalle popolazioni che ne beneficiano» se poco prima afferma che le attività della Chiesa non passano nell'opinione pubblica.
Sebbene Bertone parli di una Chiesa che «promuove un volume immenso di attività caritative», analizzando i rendiconti dell'8 per mille messi a disposizione dalla stessa Cei emerge un quadro non molto chiaro.
Bertone - in merito alle ultime cronache - ammette di alcuni difetti della Chiesa anche se «all'estero si fatica a comprendere la veemenza di certi giornali italiani». Su quest'ultimo punto è difficile a capire a cosa si riferisca Bertone: molti importanti giornali stranieri hanno dato e continuano a dare risalto alle notizie che riguardano il Vaticano spesso - ed è facile - in maniera molto più critica di quanto facciano i giornali italiani.

Per Bertone «la pubblicazione di una molteplicità di documenti inviati al Santo Padre, da persone che hanno diritto alla privacy, costituisce un atto immorale di inaudita gravità». Innanzitutto non esistono «persone che hanno diritto alla privacy»: il diritto alla privacy - come tutti i diritti - è un diritto generale e non particolare per una certa categoria di persone.
Secondo Bertone, la pubblicazione dei documenti inviati al Papa è «un vulnus a un diritto riconosciuto esplicitamente dalla Costituzione italiana, che deve essere severamente osservato e fatto osservare».
Su suggerimento del giornalista Sciortino, Bertone ammette di riferirsi all'articolo 15 della Costituzione (La libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili) e così commenta: «Questa tutela della privacy del cittadino è ancora valida per la società civile? Se chi scrive al Papa vede violato un proprio diritto costituzionalmente garantito in Italia, qualche problema bisogna pur farselo. Il libro uscito di recente e le lettere pubblicate dai giornali rendono quanto mai legittime diverse domande. La Costituzione, il patto che tiene unito un popolo e lo rende capace di obiettivi comuni, prevede cittadini di serie A e di serie B? Se chi scrive è un cristiano, i suoi diritti sono costituzionalmente meno garantiti rispetto ad un'altra persona? Si può invocare il "diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero", previsto dall'articolo 21, per abbattere un altro articolo della medesima Costituzione?».
Gli articoli del Titolo I della Costituzione, come l'art. 15 a cui si riferisce Bertone, non sono direttamente applicabili nei confronti dei cittadini considerando che manca - soprattutto - la sanzione: sono dei principi importantissimi che però devono trovare applicazione concreta - considerando anche altri diritti costituzionali - in successive disposizioni di legge. Nello specifico è più utile invocare l'articolo 616 del Codice Penale (Violazione, sottrazione e soppressione di corrispondenza) che prescrive inoltre che «il delitto è punibile a querela della persona offesa»: perciò - non essendoci stata nessuna denuncia - è impossibile che un magistrato possa agire autonomamente.

Bertone si domanda se si può invocare diritto ad informare (art. 21) per abbattere il diritto alla riservatezza (art. 15).
I confini tra diritto alla riservatezza e diritto di cronaca sono stati già individuati dalla giurisprudenza con la sentenza civile 5259/1984 e la sentenza penale 8959/1984 della Corte di Cassazione. In particolare la sentenza 5259 afferma che il diritto di stampa - sancito come principio nell'art. 21 della Costituzione e regolato fondamentalmente nella legge 47/1948 - prevale sul diritto alla riservatezza se concorre la condizione di "utilità sociale" dell'informazione (ossia la necessità dell'esistenza di un interesse pubblico a che la notizia e i fatti siano conosciuti e diffusi) e di "verità".
La Corte di Cassazione è ritornata ad esprimersi in materia in diverse sentenze (n.3679/98, n.4285/98, n.8574/98, n. 5658/1998) confermando che il diritto di cronaca prevale sul diritto alla privacy se i fatti sono veri, di interesse pubblico e se sono esposti in forma civile e corretta. Quindi Bertone per potersi appellare all'articolo 15 della Costituzione (o meglio all'art. 616 del Codice Penale) dovrebbe dimostrare che i documenti pubblicati nel libro Sua Santità del giornalista Gianluigi Nuzzi non sono di interesse pubblico oppure che sono documenti falsi: in mancanza di ciò, la pubblicazione di corrispondenza (anche privata) è più che legittima per il nostro ordinamento giuridico.


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