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sabato 22 aprile 2017 12:22
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La terra dei papi


Nel nome del Padre

Abusi, papa Francesco fa il gioco delle tre carte

Nonostante la proclamata tolleranza zero, nulla cambia circa la denuncia all'autorità civile dei chierici. La pedofilia, cioè, continua a essere solo un peccato.

Cristian Usai
martedì 14 marzo 2017 16:37

«È nostro dovere far prova di severità estrema con i sacerdoti che tradiscono la loro missione, e con la gerarchia, vescovi e cardinali, che li proteggesse, come è già successo in passato». Queste parole provengono dalla prefazione che papa Francesco ha scritto all'autobiografia di Daniel Pittet, vittima di abusi da parte di un sacerdote. Il Papa prosegue definendo la pedofilia, una «mostruosità assoluta, un orrendo peccato, radicalmente contrario a tutto ciò che Cristo ci insegna». Insomma, la Chiesa di Bergoglio avrebbe imboccato la via della fermezza. Certo, a questo punto ci si potrebbe lasciar prendere da facili entusiasmi; ma questi entusiasmi sarebbero giustificati?

Orbene, il papa ha emanato, nel 2013, un Motu Proprio che introduce, fra altri, un nuovo articolo del codice penale della Città del Vaticano riguardante la "violenza sessuale su minori" (Art. 7 Legge della Città del Vaticano n. VIII 11 luglio 2013). Tuttavia, tale normativa non abroga la Crimen sollicitationis, che non obbliga i membri del clero a denunciare chi fra loro si macchia del reato di abusi su minore. Contestualmente il pontefice ha promulgato un'altra norma, la Legge della Città del Vaticano n. IX, riguardante la "divulgazione di notizie e documenti", che prevede la condanna a pene detentive fino a otto anni e pecuniarie fino a 5.000 euro «chiunque si procura illegittimamente o rivela notizie o documenti di cui è vietata la divulgazione».

Due anni dopo, in una lettera del 2 febbraio 2015 indirizzata ai presidenti delle Conferenze episcopali e ai Superiori degli istituti di vita consacrata e delle società di vita apostolica, il papa scrive: «In questo contesto, ritengo che la Commissione (Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori n.d.r.) potrà essere un nuovo, valido ed efficace strumento per aiutarmi ad animare e a promuovere l'impegno dell'intera Chiesa - ai vari livelli [...] Non potrà, pertanto, venire accordata priorità ad altro tipo di considerazioni, di qualunque natura esse siano, come ad esempio il desiderio di evitare lo scandalo, poiché non c'è assolutamente posto nel ministero per coloro che abusano dei minori». Papa Francesco prosegue nella lettera citando la circolare emanata dalla Congregazione per la dottrina della fede il 3 maggio 2011 avente lo scopo di aiutare le Conferenze episcopali nel preparare linee-guida per il trattamento dei casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici. Anche dalla predetta Circolare si evince che l'abuso sessuale su minore seguita ad essere considerato una mancanza al VI Comandamento e non un reato penale. Inoltre, in questi casi, il procedimento ecclesiastico stabilisce di procedere prima con un intervento del vescovo, il quale ha il compito di valutare se l'accusa di abuso risulta fondata, e in tal caso interviene la Congregazione per la dottrina della fede che può amministrare due tipi di sanzioni: restrizione dei contatti con i minori, oppure pene ecclesiastiche fra cui la riduzione allo stato laicale. Da notare che quest'ultima pena non è automatica, né tantomeno definitiva, giacché il reo può essere reintegrato nel ministero allorquando questo non prevede contatto con minori.

Dulcis in fundo, viene promulgata il 4 giugno 2016 la lettera in forma di Motu Proprio "Come una madre amorevole", nella quale è reiterata la non obbligatorietà della denuncia alle autorità civili dei membri del clero responsabili di abusi su minori e di coloro aventi compiti di vigilanza. Nemmeno la rimozione del vescovo responsabile di omessa vigilanza o intervento è automatica giacché è la «competente Congregazione della Curia romana» a doverne stabilire la colpevolezza.

Cristian Usai

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