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Diritti e Rovesci

Il governo Renzi e gli aborti clandestini

L'applicazione distorta della legge 194 garantisce i medici obiettori ma abbandona la donna - non informata - alla pratica dell'aborto illegale, che non viene contrastato.

Anna Pompili
mercoledì 27 gennaio 2016 16:52

L'articolo 19 della legge 194/78 prevede una multa fino a lire centomila per le donne che abortiscono «Senza l'osservanza delle modalità indicate negli articoli 5 o 8» e con la reclusione sino a sei mesi per quelle che interrompono la gravidanza «Senza l'accertamento medico dei casi previsti dalle lettere a) e b) dell'articolo 6 o comunque senza l'osservanza delle modalità previste dall'articolo 7».

In altre parole, la donna che fa un aborto clandestino entro i primi 90 giorni deve pagare una multa fino a circa 50 euro, l'equivalente delle vecchie 100mila lire, mentre colei che si sottopone ad un aborto clandestino oltre il 90mo giorno rischia il carcere fino a sei mesi.

La Ministra della salute Lorenzin, nella relazione al Parlamento sullo stato di applicazione della legge 194, ci informa che il numero degli aborti clandestini è sostanzialmente invariato dal 2005 ad oggi, ignorando le denunce provenienti da più parti sulla ripresa del fenomeno, legata anche alla più facile reperibilità, non solo sul mercato clandestino "classico", ma anche su internet, dei farmaci che possono indurre l'aborto (misoprostolo, ma anche mifepristone, o RU486).

Adesso ci giunge notizia che nel decreto in materia di depenalizzazioni viene inasprita la sanzione a carico delle donne che abortiscono in clandestinità (da 5.000 a 10.000 euro). E' questa la battaglia del governo Renzi agli aborti clandestini, la cui esistenza viene minimizzata, se non ignorata, dalla Ministra della salute?

Recentemente la trasmissione televisiva Presa Diretta ha riportato un'inchiesta sulla accessibilità per le donne ai servizi di interruzione di gravidanza nel nostro Paese. La trasmissione ci ricorda come nelle Marche le donne che decidono di interrompere la gravidanza non trovano praticamente risposta. Impossibile, in quella regione, scegliere la metodica farmacologica.

Ma non è solo un problema delle Marche: l'obiezione di struttura riguarda il 35% degli ospedali del nostro paese; è ILLEGALE, ma la ministra ne riferisce candidamente nella sua relazione, senza alcuna assunzione di provvedimenti contro le strutture che arrogantemente e apertamente violano l'articolo 9 della legge 194 (quello stesso che regola il diritto a sollevare l'obiezione di coscienza da parte del personale sanitario). Eppure l'articolo 9 viene pedantemente applicato ed invocato perché si deve garantire il diritto del personale sanitario ad agire secondo coscienza. E il diritto delle donne alla salute? Quali coscienze riguarda? Chi lo difende?

Mi piacerebbe che la stessa solerzia che la ministra ha dimostrato nell'inviare gli ispettori all'Ospedale Cardarelli di Napoli, dove recentemente è morta una ragazza dopo un aborto volontario, venisse applicata contro gli amministratori per i quali evidentemente le donne che chiedono di abortire sono solo un fastidio. Dopotutto, se le donne fanno da se' è meglio per tutti, e il governo ci dice che se poi le scopriamo magari ci guadagniamo anche i soldi di una multa.

Il servizio di Presa Diretta iniziava davanti alle porte del Day Hospital IVG di un grande ospedale romano. Riportava i racconti di chi si presenta alle 4, alle 5 di mattina, per rientrare nelle prime 5 o 10 fortunate che avranno la possibilità di accedere al servizio. Chi ha il dovere di informare quelle donne che esistono i consultori, che provvedono alla certificazione e alla prenotazione, ma soprattutto che non lasciano sole le donne, che si fanno carico di un percorso che prevede anche la prevenzione delle IVG attraverso la corretta informazione sulla contraccezione? Chi ha il dovere di informare che non è necessario sentirsi male, all'alba, di fronte alle porte ancora chiuse di un servizio ospedaliero? Chiunque può provare a consultare il portale del Ministero della Salute e valutare se fornisce informazioni utili sulle procedure, sui consultori, sulle strutture a cui rivolgersi.

Chi sono quelle donne che acquistano le pillole per abortire su internet o nella illegalità e pericolosità del mercato clandestino? Lo farebbero ugualmente se avessero avuto risposta alla loro domanda di salute? Se avessero potuto accedere facilmente ai servizi? Questo interessa ben poco, sta di fatto che violano la legge e devono pagare!

Nel 2013 solo il 9,7% degli aborti in Italia è stato eseguito con la metodica farmacologica. Una delle ragioni di numeri tanto bassi, probabilmente la più importante, sta nel fatto che la quasi totalità delle regioni italiane prevede per questa procedura, che comporta la somministrazione di due farmaci, il regime di ricovero ordinario, che deve durare fino all'espulsione del prodotto del concepimento (ossia la donna, in più del 95% dei casi, deve essere ricoverata almeno tre giorni).



Anna Pompili , ginecologa Amica (Associazione medici italiani contraccezione e aborto)

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